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di Tommaso Vaccaro
Da Bruxelles ad Atene fino a Lisbona l’impressione è, a questo punto, che la situazione stia sfuggendo di mano, tanto ai governi nazionali quanto ai vertici europei. Il pomeriggio da incubo per i mercati della moneta unica raggiunge il suo apice di drammaticità con il declassamento da parte dell’agenzia Standard & Poor's del rating sovrano greco, iscritto nella classifica al livello di ‘junk’, spazzatura.
Una decisione, quella di ridurre di tre gradini (a BB+) il rating, motivata dagli analisti con le preoccupazioni sulla capacità di implementare le riforme necessarie alla riduzione del debito della Grecia.
Ma gli effetti si allargano in breve a tutta l’area euro, dove solo la chiusura delle contrattazioni salva i listini delle principali borse del vecchio continente da un tracollo da record. Sul terreno sono rimasti comunque 160 miliardi di euro di capitalizzazione bruciata dell'indice Stoxx 600 (-3,1%) con ribassi dei listini che viaggiano nell'ordine del 2-3% (Atene è arrivata a sfiorare una perdita del 7%) e la moneta unica che scende a un minimo di seduta di 1,3254 dollari per poi recuperare attorno a 1,3270 dollari. La corsa alle vendite sui mercati, già nervosi sui timori per un'estensione del contagio anche al Portogallo (che si è visto ridurre il rating da S&P, seppure ancora a un livello di investimento), è scattata in maniera massiccia intorno alle 17. Come accade di solito in questi casi, si è registrato un rafforzamento dei ‘beni rifugio’ quali l'oro, e i titoli di Stato tedeschi che hanno allargato il differenziale con quelli degli altri paesi dell'area euro considerati più a rischio come Portogallo, Spagna, Irlanda e, in misura minore, anche Italia.
La bufera finanziaria sulle banche greche. Rischio panico dei clienti
La giornata di shock dei mercati colpisce duramente gli istituti di credito ellenici, con il crollo della National bank of Greece (-10%), la Efg (-5,4%), la Alpha bank (-12%). Secondo gli analisti, le banche greche potrebbero a questo punto trovare serie difficoltà a soddisfare i loro bisogni di liquidità con il rischio, per altro, che la bufera si trasformi in uragano qualora si innescasse la corsa al ritiro dei depositi da parte dei clienti.
La Germania temporeggia. La Grecia preme per gli aiuti
Mentre da Berlino, il governo di Angela Merkel continua a prendere tempo sulla questione degli aiuti ad Atene, il ministro delle finanze greco Giorgio Papaconstantinou lancia un ennesimo disperato appello. Entro il 19 maggio, ha avvertito il titolare delle finanze elleniche, è necessario che Atene riceva gli aiuti finanziari promessi da Ue-Fmi non essendo altrimenti in grado di far fronte ai suoi obblighi finanziari sul mercato. Parlando davanti ai deputati del Pasok (Partito socialista greco), Papaconstantinou ha affermato che il 19 maggio sono in scadenza 9 mld di euro ed entro quella data “sarà quindi necessario che il meccanismo sia completato, concordato e sottoscritto e che i fondi inizino ad affluire”.
Ma dalla Germania nessuna risposta ancora, anche alla luce dell’ultimo sondaggio che rivela come la maggior parte dei tedeschi sia contraria a concedere un prestito alla Grecia. Il 57% degli intervistati si oppone, infatti, ad un possibile prestito di emergenza di 45 miliardi di euro alla Grecia da parte del Fondo Monetario Internazionale e l'Unione europea, mentre solo il 33% ritiene che sia una misura appropriata. La Germania dovrebbe contribuire con 8,4 miliardi di euro. A rafforzare il no al prestito vi è la convinzione, condivisa dal 57% del campione, che i tedeschi si siano impegnati più duramente degli altri per contrastare la crisi economica.
Papandreu: “E’ la più grande crisi nella nostra storia”. La rivolta generale è dietro l’angolo
“L'ora della verità è arrivata”e per far uscire il Paese dalla “crisi più grave” in oltre 30 anni bisogna “cambiarlo completamente”. L'appello è del premier greco George Papandreou, mentre i sindacati con il sostegno del partito comunista ellenico annunciano nuovi scioperi. Oggi è stata la giornata dello stop del trasporto pubblico, ma il 5 maggio prossimo sarà il turno del settore privato.
L’appello all’unità di Papandreou non fa breccia, dunque, in un paese in cui la crisi economica e le misure di austerity hanno generato un incremento esponenziale della povertà. Le fasce più deboli e i lavoratori, nonostante le rassicurazioni del primo ministro di Atene (“il meccanismo di aiuti Ue-Fmi ci darà la calma indispensabile e la disciplina per realizzare” i cambiamenti necessari) non ci stanno a pagare il prezzo del dissesto finanziario nazionale e minacciano una vera e propria sollevazione di massa. Una rivolta a cui si associano anche i portoghesi, che oggi hanno protestato contro i tagli del governo alla spesa pubblica. I trasporti urbani e locali lusitani sono entrati in tilt con uno sciopero che secondo i media locali ha portato a una paralisi quasi totale, con un'adesione tra il 40 e l'80% degli addetti, mentre 20mila persone hanno partecipato ad una manifestazione di protesta a Lisbona.
La crisi spagnola: disoccupazione da record
Situazione grave, anche se per il momento sotto controllo, in Spagna dove il tasso di disoccupazione sale oltre il 20 per cento per la prima volta in 13 anni, secondo dati non definitivi ma resi pubblici dall'Istituto Nazionale di Statistica (Ine). Il tasso di disoccupazione è arrivato al 20,05 per cento nel primo trimestre di quest'anno, rispetto al 18,83 per cento nell'ultimo trimestre del 2009.
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