di Fulvio Lo Cicero
Sembra incredibile ma è così. Leggere le considerazioni che il ministro dell’Economia Tremonti ha formulato sul “Corriere”, a margine di un fumoso dibattito aperto da Galli Della Loggia, ci riporta indietro al libro “Cuore”, all’Ottocento edulcorato e classista dell’Unità italiana. Tremonti, evidentemente dopo attenta riflessione notturna, ha individuato due elementi fondamentali per combattere il declino dell’istituzione scolastica: il ripristino dei voti e il ritorno dell’abbecedario e del manuale scolastico, che si tramandano da bisnonno a nipoti. Sì, avete letto bene. Queste sono le soluzioni individuate dal ministro economico per rendere la nostra scuola al passo con i tempi!
Sulla prima, il ministro afferma che il giudizio al posto dei voti è una dannosa incongruenza, anche se non si accorge che, nelle superiori i voti sono ben vivi e nella media sono sostituiti da formulazioni del tipo "Buono", "Discreto", ecc., che possono essere considerati equivalenti (lil vero e proprio giudizio si esprime alla fine del primo e del secondo quadrimestre nella scuola media ed è un giudizio articolato e generale sui progressi compiuti dall’alunno).
Sulla seconda proposta, il ministro afferma che i libri di testo non possono essere cambiati ogni anno e che bisogna ritornare al vecchio abbecedario e al manuale di grammatica, che si tramandano di padre in figlio. Così, almeno, gli alunni la smetterebbero di scriverci sopra, con evidenziatori e pennarelli!
Con tutti gli sforzi possibili della memoria, non si ricorda una tale imperizia progettuale e una così totale ignoranza dei problemi della scuola italiana. Nel momento che la legge finanziaria taglia selvaggiamente i fondi destinati all’istruzione – impedendo definitivamente qualsiasi riforma e miglioramento del settore – il padrone dei cordoni della borsa pubblica ritiene di poter rivoluzionare la scuola ricorrendo al modello della “Maestra della penna rossa”.
Ma l’aggiornamento degli strumenti del sapere (cioè i testi scolastici, che, peraltro, oramai, sono solo una componente del processo di apprendimento) è parte consustanziale della conoscenza. Nel tempo, le metodologie si evolvono: oggi sarebbe impensabile, ad esempio, utilizzare la stessa lingua scritta degli anni Settanta o Ottanta, od anche di dieci anni fa, perché gli alunni sono abituati a tutt’altro tipo di comunicazione. E poi, il ministro ignora che materie come diritto, economia, psicologia (che forse non sa che sono insegnate in alcuni ordinamenti), scienze, ecc. sono soggette a nuove interpretazioni e a nuove scoperte, quando non a totali rivolgimenti (si pensi, fra gli altri, al diritto, con l’introduzione di nuove leggi di riforma). Ma anche la letteratura si giova di scoperte critiche. L’abbecedario ne deve tenere conto?
Come giustamente hanno notato Tito Boeri e Fausto Panunzi sul sito “la voce.info”, “nel tempo è cambiata la modalità di studio e apprendimento degli studenti a ogni livello. Il diffondersi di nuove tecnologie come il computer ha arricchito gli strumenti didattici a disposizione degli insegnanti e i libri di testo si sono adattati a tali cambiamenti, inserendo supporti didattici come i cd dedicati al ripasso degli argomenti e una grafica meno spartana di quella dei libri di testo degli anni Settanta”.
Dato che, onestamente, nessuno può ritenere che Giulio Tremonti sia così ingenuo e sprovveduto, non resta che una spiegazione per la sua “teoria”: non sapendo che cosa inventarsi per arginare la domanda di cambiamento di una scuola avviata verso il disastro, il superministro sceglie due riformette a costo zero, anche se totalmente inutili. Ma soprattutto demagogiche. Le famiglie italiane continueranno a condurre i propri figli sul luogo del disastro ma contente perché il ragazzo porta nello zaino griffato (che costa il triplo di un qualsiasi testo scolastico) lo stesso libro utilizzato dal nonno.
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