di Fulvio Lo Cicero
Il Capo dello Stato: “Nessuna interferenza con le indagini”. Le truppe di Palazzo Chigi chiedono a gran voce lo spostamento a Roma dell’inchiesta. Ma Minzolini il reato ipotizzato l’avrebbe compiuto nella città pugliese.
ROMA – Man mano che le notizie sull’inchiesta di Trani si diffondono appaiono sempre più chiare le pressioni del premier Silvio Berlusconi sul sistema dell’informazione in Italia. Un sistema certo malato e incerto, capzioso e da sempre legato ai partiti e ai gruppi di potere. Ma forse, ancora mai diventato “regime” prima dell’avvento a Palazzo Chigi del magnate di Arcore. E la cosa più stupefacente è che sabato prossimo, a piazza San Giovanni a Roma, il cosiddetto “popolo della libertà” manifesterà per difendere la “libertà”, quella stessa che proprio Silvio Berlusconi ha fatto di tutto per conculcare, per limitare, anzi per sopprimere.
In questo clima da “ultima spiaggia” giunge il monito del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano: «E' auspicabile che in un periodo di particolari tensioni politiche qual è quello della campagna per le elezioni regionali, si evitino drammatizzazioni e contrapposizioni, come sempre fuorvianti, sul piano istituzionale» afferma il Presidente della Repubblica ed aggiunge: «Vanno rispettate in tutti i casi, compreso quello oggi all'attenzione dell'opinione pubblica l'autonomia delle indagini e l'autonomia degli interventi ispettivi disposti dal ministro della Giustizia nei limiti dei suoi poteri» i quali, sottolinea Napolitano, «non possono interferire nell'attività di indagine di qualsiasi Procura, esistendo nell'ordinamento i rimedi opportuni nei confronti di eventuali violazioni compiute dai magistrati titolari dei procedimenti».
Il dittatore Rai
Le intercettazioni disposte dai magistrati pugliesi disegnano un quadro sconcertante dei tentativi del Cavaliere di mettere a tacere le puntate di “Annozero” che avevano soltanto il torto di informare i cittadini italiani su fatti che riguardavano il loro Presidente del Consiglio, con ampia copertura del “contraddittorio” (costante la presenza del legale del premier, Niccolò Ghedini, dei vari giornalisti della casa e di non pochi deputati del Pdl). Ma il problema, per Berlusconi, era che la trasmissione di Santoro non doveva proprio esistere, doveva scomparire dal panorama televisivo. Il 29 novembre il premier scopre che la prossima puntata dell’odiato giornalista sarà dedicata al caso Mills e dice ad Innocenzi: «Se questo garante non riesce a intervenire stavolta e dire che i processi non si fanno in televisione, ma che cazzo di organismo siete?». Ovviamente, il magnate di Arcore si sbaglia: i processi non è che non si possono fare in televisione, “Porta a porta” ci può sguazzare a suo piacimento; sono Santoro e la sua squadra che non devono affrontarli, perché hanno il brutto difetto di raccontare quello che sanno, senza guardare in faccia a nessuno.
Il commissario Agcom Giancarlo Innocenzi riceve altri improperi: «Fai un casino della Madonna, devi fare una dichiarazione pubblica e dire: mi vergogno di appartenere ad un’autorità che fa schifo e non fa niente». Il premier si sente impotente perché l’Agcom non può fare una censura preventiva (ma l’articolo 21 della Costituzione, per il duce di Arcore è un mero dettaglio), come più volte ha sottolineato il suo presidente Corrado Calabrò. E allora l’inquilino di Palazzo Chigi si arrabbia sul serio: «Questo (Santoro, ndr.) va in onda e voi non fate un cazzo? Fate schifo. Non siete un’Authority, siete una barzelletta. Dillo al presidente da parte mia, che si vergogni di portare a casa i soldi per quello che sta facendo. Vi dovreste dimettere subito».
I dolori di Giancarlo Innocenzi
La violenza verbale del Cavaliere stupisce le stesse forze dell’ordine che ascoltano in diretta. Ed è soprattutto quando il commissario Giancarlo Innocenzi si confida con gli altri membri della cordata berlusconiana che si riesce a capire la latitudine del potere di comando che Berlusconi ha su queste persone. Innocenzi è disperato perché non riesce proprio ad accontentare il suo capo, non può perché la legge non glielo consente ma non riesce a farlo capire a Palazzo Chigi. «Mi ha fatto due sciampi terribili» e «mi manda a fare in culo anche tre volte al giorno» precisa sconsolato Innocenzi, fornendo un quadro a dir poco pittoresco della lingua utilizzata dal padrone di Mediaset.
La questione della competenza dei giudici
Di fronte a questi “affreschi”, i legali e i corifei berlusconiani, come sempre, blaterano sulla competenza territoriale dei giudici. «Le indagini vanno trasferite a Roma», dove si è già appurata la velocità con cui finiscono nell’archivio dei fatti incompiuti. Su un altro versante, sia il premier, sia i suoi soldati, continuano a diffondere un’idea minimalista di un’inchiesta che ha caratteri esplosivi e in qualsiasi altro sistema di democrazia compiuta sarebbe costata al premier la forzata rimozione dalla carica di Primo Ministro. Fra l’altro, non considerando che, almeno nel caso di Minzolini, la competenza si è radicata a Trani, in quanto il reato ipotizzato per il direttore del Tg1 (aver diffuso notizie sul suo interrogatorio a Paolo Bonaiuti, braccio destro del premier) sarebbe stato compiuto nella città pugliese tramite una telefonata.
Fatti che dimostrano, inoltre, come sia Berlusconi che il suo entourage fossero a conoscenza dell’inchiesta dei magistrati pugliesi e proprio per questo Minzolini sentiva la necessità di avvertire il proprio referente politico sui contenuti dell’interrogatorio avuto come persona informata sui fatti (relativi all’inchiesta sulle carte di credito dell’American Express). Non solo, ma la stessa telefonata del direttore del Tg1 a Paolo Bonaiuti mostra come sia deprecabile la fuga di notizie, secondo l’autorevole giornalista, solamente quando a compierla sono gli altri. Se è lui a rendersene protagonista, allora tutto va bene. È il mondo berlusconiano: prendere o lasciare.
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