di Alessandro Ambrosin
Secondo l'autopsia si tratta di annegamento, ma la conferma arriverà tra 60 giorni dall'esame tossicologico
ROMA - Apre molti interrogativi l'improvviso suicidio del 78enne Pietrino Vanacore, l'ex portiere dello stabile di Via Poma dove il 7 agosto del 1990 fu assassinata Simonetta Cesaroni. Oggi il magistrato che si occupa del caso ha dato disposizioni al medico legale che nel pomeriggio ha eseguito l'autopsia sul corpo di Vanacore, rinvenuto ieri, privo di vita con una corda legata alla caviglia sinistra che lo avrebbe tenuto ancorato sul fondale, a cinque metri dalla riva nello specchio di mare in località 'Torre Ovo, vicino Torricella, a pochi chilometri dall'abitazione dove viveva con la moglie.
Per ora l'ipotesi più probabile riconducibile al folle gesto, sia stata la recente riapertura del processo di Via Poma in cui è imputato Raniero Busco. Venerdì prossimo, infatti, Vanacore avrebbe dovuto fornire l'ennesima testimonianza davanti alla corte d’Assise di Roma. Un fatto che secondo i parenti avrebbe creato in lui un forte stato di ansia e di nervosismo. Eppure, proprio l'ex portiere, che all'epoca dei fatti di Via Poma fu il principale indagato e poi venne prosciolto per insufficienza di prove a suo carico, avrebbe potuto benissimo non rispondere all'interrogatorio di venerdì in quanto già indagato in un processo connesso. Per questo sorgono diversi interrogativi sul perchè l'ex portiere di Via Poma abbia deciso solo adesso di togliersi la vita a vent'anni dalla vicenda che lo aveva visto indagato.
Ma ripercorriamo ancora una volta la vicenda di Vanacore, quando prestava servizio come portiere nello stabile di Via Poma nel quartiere di Prati a Roma. La notte del 7 agosto esattamente alle 23,30 fu la moglie Giuseppa De Luca ad aprire la porta chiusa con quattro mandate dell'ufficio dell'Associazione ostelli dove Simonetta Cesaroni lavorava. Sul posto erano giunti  la sorella Paola e Salvatore Volponi, il datore di lavoro, preoccupati per la sorte di Simonetta, che era solito avvisare quando ritardava. La scena che si presentò fu raccapricciante. Il corpo senza vita di Simonetta fu rinvenuto in una pozza di sangue.
L'assassino, secondo la ricostruzione dell'epoca, prima tentò di violentarla, poi le inflisse 29 pugnalate e infine ripulì l'appartamento dal sangue nel tentativo mai riuscito di far sparire il corpo. I sospetti caddero subito su Pietro Vanacore. Infatti tra le 17,30 e le 18,30, orario in cui Simonetta fu uccisa, non era in compagnia nell'atrio con gli altri 3 portieri del grande stabile di Via Poma.
Ma per Vanacore le cose si complicarono ulteriormente, quando nei suoi pantaloni furono rinvenute evidenti tracce di sangue. Ormai gli investigatori sembravano arrivati alla soluzione finale e Vanacore venne arrestato. Il profilo di quest'uomo definito schivo, di poche parole inquietò l'opinione pubblica, tanto che il suo volto apparve sulle pagine di tutti i giornali come il mostro di Via Poma. Solo più tardi si scoprì che il sangue sugli indumenti che il portiere indossò per tre giorni, dal 6 all'8 agosto del 1990, era il suo e non quello della vittima. Vanacore infatti soffriva di emorroidi. Così dopo 26 giorni di carcere il portiere venne prosciolto. Ora con la morte di Vanacore viene a mancare un pezzo importante per ricostruire quel drammatico 7 agosto del 1990, ricordato dalle cronache come il mistero di Via Poma.
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