di Vito Miraglia
Di Caprio: “Il ruolo più difficile della mia carriera”
ROMA - Per Leonardo Di Caprio, l’ennesima dimostrazione del suo talento da attore, lontano anni luce dal cliché del sex symbol da dare in pasto alle adolescenti. Per Martin Scorsese, il ritorno al cinema dopo Shine a light, il documentario su un concerto dei Rolling Stones uscito nel 2008. Per entrambi, la quarta collaborazione di un sodalizio artistico inaugurato nel 2002 con Gangs of New York.
Il film Shutter Island, tratto dal romanzo di Dennis Lehane, è stato presentato a Roma in anticipo sull’uscita statunitense del 19 febbraio e prima del passaggio fuori concorso al prossimo Festival di Berlino. Shutter Island è l’isola-fortezza in cui è incastonato un carcere psichiatrico che ospita i criminali più pericolosi d’America. Todd Daniels, un agente federale, interpretato da Di Caprio, approda sull’isola per indagare sulla misteriosa scomparsa di una paziente. Nel cast, Mark Ruffalo, Michelle Williams, Patricia Clarkson e due mostri sacri del cinema come Ben Kingsley e Max Von Sydow.
È stato proprio il romanzo di Lehane a convincere il premio Oscar Martin Scorsese a dirigere la pellicola: “Conoscevo già l’autore per le sue opere precedenti, come Mystic River e Gone Baby Gone. Sono stato subito attratto dal materiale della storia, dal senso di timore che emerge da quelle pagine. Leggendolo, mi sentivo in sintonia con la storia, con la paranoia e la paura che attanagliano il protagonista e che ci accompagnano ancora oggi”, ha spiegato il regista durante la conferenza stampa.
In Shutter Island sono evidenti gli omaggi al cinema espressionistico tedesco degli anni ’30 e Scorsese non ne nasconde l’influenza: “Il cinema tedesco, così come quello italiano o inglese, fa parte della mia formazione. Sono cresciuto negli anni Quaranta e Cinquanta con i film made in Hollywood realizzati però da immigrati europei, come Fritz Lang. Dopo la Seconda guerra mondiale, sono arrivati anche i noir enigmatici di Otto Preminger, Billy Wilder e Jacques Tourneur. Prima di girare Shutter Island, ho fatto vedere al cast e alla troupe il film Laura di Preminger dove il protagonista si innamora di un fantasma”.
Leonardo Di Caprio ha preparato nei dettagli la sua interpretazione anche grazie ad alcuni documentari sulle malattie mentali: “Lehane aveva già scritto qualcosa di profondo e io ho cercato di lavorare sul personaggio protagonista di questo thriller psicologico. Il ruolo presenta una sua dualità e con Martin abbiamo analizzato i vari estremi del suo comportamento. Fondamentale è il trauma, come una persona affronta il proprio dolore e come cerca di superarlo con sofferenza”. È stato, confessa Di Caprio, “il ruolo più difficile della mia carriera, il più complesso, il più dark”.
Tra l’attore ex divo di Titanic e il regista italoamericano si è creato un affiatamento che ricorda la collaborazione con Robert De Niro, diretto ben otto volte da Scorsese. Da Gangs of New York a Shutter Island, passando per The Aviator e The Departed, il loro rapporto è diventato più profondo, come racconta Scorsese: “Durante le riprese del film, con Leonardo ci siamo spinti oltre, abbiamo superato certi livelli emotivi. Sono rimasto sorpreso dall’intimità che abbiamo raggiunto. Ormai lui ha molta più esperienza che in passato e ciò mi ispira. Inoltre abbiamo gli stessi gusti e per questo speriamo di continuare a lavorare insieme”. Ma per Di Caprio non si tratta solo di fiducia. Dalle sue parole traspare la profonda ammirazione per un maestro della macchina da presa: “Martin è unico nella direzione degli attori: si affida a te perché tu possa portare avanti la narrazione, di cui diventi responsabile. Ti dà la sensazione di essere potente”.
Ancora una volta, la violenza, uno dei temi più cari al regista, è al centro della storia. La filmografia di Scorsese può essere letta come un intero discorso sulla violenza, sulla sua origine, su come la si vive e su come se ne esce. In Shutter Island, ammette l’autore di Taxi Driver, “la violenza ha un forte impatto emotivo. Davanti alla sceneggiatura ho pensato: quanto di violento c’è in ognuno di noi e come possiamo controllare la violenza?”. Anche Di Caprio è d’accordo: “i personaggi di Martin sono violenti per natura e per loro la violenza è l’esteriorizzazione di un dolore”.
Assente invece, un altro tratto comune a molti suoi film, ossia il rapporto con il sacro, la religione: “è vero – ammette – c’è solo un’inquadratura sul tema: un dettaglio su un volto di Cristo con la corona di spine, tatuato sulla schiena di un detenuto. Pensate – ha scherzato Scorsese con i giornalisti – l’attore che interpreta quella parte era coperto di tatuaggi, ma aveva la schiena nuda: così gli ho fatto disegnare quell’icona della sofferenza. Volevo fosse un tatuaggio temporaneo, ma lui se l’è fatto fare indelebile”.
Assente invece, un altro tratto comune a molti suoi film, ossia il rapporto con il sacro, la religione: “è vero – ammette – c’è solo un’inquadratura sul tema: un dettaglio su un volto di Cristo con la corona di spine, tatuato sulla schiena di un detenuto. Pensate – ha scherzato Scorsese con i giornalisti – l’attore che interpreta quella parte era coperto di tatuaggi, ma aveva la schiena nuda: così gli ho fatto disegnare quell’icona della sofferenza. Volevo fosse un tatuaggio temporaneo, ma lui se l’è fatto fare indelebile”.
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