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Diamanda Galàs alla Sapienza

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di Paolo Brama

ROMA - Sarà per quella sua aura oscura e magnetica che da sempre la avvolge; per l’emozione di ascoltare dal vivo una delle cantanti più dotate dell’intero panorama mondiale o per via del suo fascino innato, fatto sta che per la sua apparizione alla IUC – Istituzione Universitaria dei Concerti – del quindici dicembre l’uso dell’aggettivo “magica” non è da ritenersi sprecato.

 

Diamanda Galàs, per l’occasione, ha regalato al pubblico della Sapienza – nutrito, per lo speciale evento, di molti suoi fans, diversi dei quali riconoscibili per via del look – una serata di musica e passioni estreme da apprezzare e custodire con cura nella memoria.

Nata a San Diego nel ’55 da genitori di origine greco-ortodossa – sono stati loro ad iniziarla alla musica in tenera età – Diamanda Galàs è sulle scene da circa trent’anni – gli inizi risalgono al settantasette nel gruppo Jazz “Ceta Six”, dopo essersi diplomata in pianoforte ed aver compiuto approfonditi studi in composizione e canto lirico –, nel corso dei quali ha saputo costruirsi una biografia artistica e musicale da potersi definire leggendaria.

Dotata di una glottide che custodisce più di mezzo pianoforte – quattro ottave d’estensione autentiche e provate! – e di virtù artistiche che faticheremmo ad elencare, fin dai primi anni ottanta inizia a sconvolgere il panorama musicale mondiale con “The Mask of the read death” – trilogia sul tema dell’AIDS – dopo aver maturato i primi riconoscimenti a fianco del compositore Vinko Globokar nella di lui opera “Un jour comme un autre”, dedicata alle donne turche perseguitate e torturate (testo composto sulla documentazione di Amnesty International). Segue il suo primo album, “The litanies of Satan”, dell’82, quindi la trilogia sopra citata – nell’ordine “The divine punishment”, “The Saint of the Pit” e “You must be certain of the devil” – ed una serie di collaborazioni che la vedono al fianco di artisti come John Paul Jones e Pete Thomas – “The Sporting Life” – e di lavori solisti – “Malediction and Prayer”, “Defixiones, Will and Testament” (dedicato alle vittime dei genocidi di Atmenia e Anatolia dal 1915 al 1922) che ne accrescono fama e spessore artistico, fino al suo ultimo album, “Guilty, guilty guilty” datato 2008.

In questa sua nuova tournée europea – organizzata da Just in Time – “la Serpenta”, come viene chiamata dai suoi adoratori, ha inserito questa data italiana alla IUC per la gioia di fedelissimi e di coloro che per la prima volta hanno potuto apprezzarne gesta e qualità. Il concerto “Your Kisses are like fire” – titolo originale “Ta Filia Sou Eina Fotia” – ha offerto per l’uditorio una miscellanea di brani, suoni e generi, come sempre nel suo stile personale e composito che spazia e attinge da repertori fra loro diversi. Concerto che è stato un susseguirsi di sussulti a partire dalle prima note, dai suoi primi passi mossi sul palco. Diamanda fa il suo ingresso nel buio della sala in abito nero e con un trucco leggero; l’assenza della sua classica maschera di trucco rivela, per quel poco di visibile, dei tratti dolci, uniti ad un fascino che realmente mette i brividi. Inizia con il brano “Anoixe Petra” e la sua voce che davvero graffia; voce che anche grazie all’amplificazione deflagra in un’esplosione di decibel. Seguono altri brani famosi del suo repertorio, tra cui “Fernand”e il tradizionale “O death”, in cui la potenza del suo canto evoca immagini oscure e percuote non solo i timpani. L’artista alterna un florilegio di timbri e suoni, ora ad emissione lacerata, ora a voce piena, ora in maschera, ora con modulazioni su passaggi melismatici che hanno dello strabiliante.

Al pianoforte rivela una tecnica assai pregevole – esaltata da uno stile percussivo – frutto dei suoi anni di studio. Stupisce per la capacità di accompagnarsi al piano, esercizio affatto facile che solitamente riesce bene a due categorie di artisti: i mediocri che non brillano nel cantare quanto nel suonare, e i grandissimi – tra questi i leggendari Nat King Cole e Nina Simone –; è certo pleonastico sottolineare a quale delle due categorie appartenga Diamanda. Nei brani “Die Stunde Kommt” e Amsterdam – su testo di Jacques Brel – sfoggia una mescolanza di timbri incredibile a dirsi; in “Nobody home” riesce a fare dei “salti” stimabili in circa due ottave (!) ed a produrre delle difonie – emissione di due linee melodiche in contemporanea – che a loro volta producono incredibili armonici che aleggiano sul soffitto dell’Aula Magna regalando effetti che hanno dello strabiliante. Il suo vibrato sul registro acuto riesce a mantenersi per passaggi di durate impossibili per un essere umano, graffiando i timpani e deliziandoli al contempo, così come in quello grave produce timbri di provenienza ultraterrena.

Tutto questo si protrae per l’intera durata del concerto, compresi i due brani scelti come bis – tra cui “Amours Perdues” –. L’impressione che se ne riceve, al termine, è che questa donna possa permettersi il lusso di cantare di tutto, dal blues fino all’opera passando per tutto ciò che può starci nel mezzo.
Tutto questo unito al suo fascino davvero arduo da esprimere a parole, e l’effetto finale è descrivibile solo in termini anatomici: lo stomaco langue, le orecchie fischiano e la testa gira che è una trottola. Encroyable!

 


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Ultimo aggiornamento ( Martedì 22 Dicembre 2009 09:56 )  

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