di Fulvio Lo Cicero
Secondo il Governatore di Bankitalia, in Italia c’è un sistema troppo frammentato di tutela della disoccupazione. Il Pil dovrebbe crescere nel 2010 ma gli analisti sono divisi sulla ripresa economica
ROMA – In Italia vi è un sistema di garanzie contro la disoccupazione «notoriamente frammentato», che ha bisogno di un’urgente riforma. Lo ha affermato, nel corso di una “lectio magistralis†tenutasi oggi in una delle più antiche Università europee, quella di Padova (la sua attività inizia nel 1222), il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. Questo sistema è basato su un’assicurazione contro la disoccupazione involontaria, che dà luogo ad un assegno di bassa entità e con un «modesto grado di copertura» e su uno strumento di garanzia del reddito, prevalentemente in uso nel settore industriale, la Cassa integrazione guadagni, anche questo con una copertura assai frammentata. Oltre a ciò, esiste l’indennità di disoccupazione “a requisiti ridottiâ€. Insomma, ha dichiarato Draghi, il nostro Paese, a differenza della quasi totalità dei membri dell’Unione europea, non garantisce universalmente i lavoratori dalla disoccupazione, lasciandone scoperti circa 1,6 milioni. E il bello è che non si riesce nemmeno a comprendere quanti siano effettivamente i lavoratori “non garantitiâ€; per questo motivo, la Banca d’Italia, qualche mese fa, decise di avviare una propria rilevazione, stimando in quella cifra l’universo di coloro che, perdendo l’occupazione, non hanno alcun sussidio. Una situazione, secondo le parole del Governatore, che rafforza «l’esigenza di una revisione del nostro sistema di ammortizzatori sociali con benefici per l’efficienza produttiva, la tutela dei lavoratori, l’equità sociale», costituendo peraltro «il prerequisito per l’estensione della flessibilità del mercato del lavoro a tutti i suoi comparti».
Draghi ha voluto poi difendere la statistica come disciplina scientifica. Essa, ha osservato il Governatore, «è essenziale per la politica economica: rivelando la realtà scuote le persone dall'ignoranza, comoda per giustificare l'inerzia del loro comportamento, prepara e informa il consenso politico per l'azione conseguente, a cui dà il sostegno essenziale per misurarne l'intensità e la precisione». Ma, per essere efficace, questa scienza, deve essere del tutto indipendente da qualsiasi potere: «la sua qualità soddisfa standard internazionali, è sottoposta alla scrutinio oculato della comunità scientifica. Per questo la sua indipendenza è essenziale e va tutelata in ogni suo aspetto».
Le previsioni sul prodotto interno lordo
Oramai sono in molti, fra gli analisti, a ritenere che, nel 2010, il prodotto interno lordo italiano sia destinato a crescere. Secondo le stime dell’Abi (l’associazione bancaria italiana), il 2009 si chiuderà con un calo del 4,8% ma l’anno prossimo, la ricchezza prodotta dovrebbe attestarsi su un +0,6% e su un + 1,1 nel 2011. Secondo Mario Draghi, la crescita del pil non dovrebbe superare lo 0,4% nel 2010.
Ma su queste cifre regna ancora molta incertezza. Secondo un’analisi del Nens (il centro studi di politica economica fondato da Vincenzo Visco e Pierluigi Bersani), la situazione economica italiana fornisce segnali molto meno confortanti, soprattutto se la si compara con gli altri Paesi europei, tanto da poter parlare di "declino dell'Italia rispetto all'Europa". I dati sulla ricchezza nazionale, infatti, ci collocano al tredicesimo posto per quanto riguarda il pil pro capite a parità di potere di acquisto. In particolare, il pil pro capite non ha fatto che scendere: nel 2001, posto 100 il livello dei Paesi Ue, era 117,8, nel 2006 è passato a 103,8, 101,9 nel 2007, 99,5 nel 2008.
Secondo le stime della Commissione europea, questo dato subirebbe ulteriori flessioni nei prossimi anni: il pil pro capite sarà nel 2009 del 98,8, nel 2010 del 98,6, nel 2011 del 98,2 e ciò soprattutto per effetto della crisi economica.
Più ottimistica la previsione di Francesco Daveri, analista della lavoce.it. Egli ammette che «l’Italia, il paese che ha subito la riduzione di Pil più consistente, ha sofferto più direttamente degli altri Stati europei della negativa congiuntura economica internazionale». Non solo: in Italia, consumi e investimenti sono andati più giù che negli altri Paesi europei. In Francia e Germania sono addirittura cresciuti già nella seconda metà del 2009. E allora, da dove nasce l’ottimismo? Dall’andamento delle esportazioni, che sono in netta crescita nel terzo trimestre di questo anno, insieme a quelle tedesche, cui la nostra economia è strettamente collegata. Conseguentemente, secondo Daveri, se si impenna la produzione tedesca per l’estero, aumenterà anche quella italiana, finendo per spingere la ricchezza nazionale oltre i confini della crisi. «Quando la  locomotiva tedesca riparte – conclude l’analista de lavoce.it –  lo fa soprattutto grazie al dinamismo dei suoi esportatori che stanno invadendo i mercati dell’Estremo Oriente con le loro lavastoviglie, lavatrici, frigoriferi, cabine telefoniche e automobili. Però, per la sua invasione pacifica, la Germania ha bisogno di tanti sub-contractor, cioè produttori di componenti spesso altamente specializzate, in cui per fortuna la meccanica italiana primeggia».Â
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