Dazebao News l'informazione on line

Thursday
Apr 24th
Text size
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home Inchiesta Il potere delle banche Il potere delle banche. Come spremere il correntista senza rischiare nulla (2° parte)

Il potere delle banche. Come spremere il correntista senza rischiare nulla (2° parte)

E-mail Stampa PDF

di Fulvio Lo Cicero

Roma – I furbetti del quartierino risiedono molto spesso nei consigli di amministrazione delle banche, nelle direzioni di filiale, sono assisi dietro una scrivania a dare consigli interessati alla propria clientela. Secondo alcuni studiosi dei mercati finanziari, il conflitto di interesse dei banchieri e dei propri dipendenti inficia alla base il lavoro di consulenza.

 

In altri termini, il consulente di una qualsiasi banca non sarebbe mai in grado di offrire un consiglio avendo come fine la sola massimizzazione dei guadagni del proprio cliente. E, di fronte alla scelta secca di far perdere soldi al cliente e incassare una lauta commissione e non guadagnare nulla per non danneggiare il cliente, il consulente sceglierebbe sempre la prima opzione. Ne sono una dimostrazione i continui interventi legislativi, come la recente legge Mifid del settembre del 2007, che recepisce nel nostro Paese una direttiva europea, che tendono a porre dei paletti all’azione informativa delle banche e delle società finanziarie in materia di investimenti.

Il popolo dei mutui – Il cittadino medio spesso instaura con la banca un rapporto organico che deriva dalla richiesta di un mutuo. Il mutuo è un prestito che la banca concede al cliente per l’acquisto di un immobile (in Italia circa l’86% delle famiglie è proprietaria della casa dove risiede). Con il mutuo la banca può solo guadagnarci e, come in tutte le operazioni che intrattiene, non corre alcun rischio. La somma data in prestito, infatti, è ampiamente assicurata dall’accensione di un’ipoteca per un valore doppio rispetto al capitale anticipato. Per questo motivo, le banche ben difficilmente anticipano un capitale superiore al 60% del valore dell’immobile, anche se ultimamente alcuni istituti di credito riescono ad anticipare circa l’80%.
Sui mutui la fantasia contrattuale delle banche si esprime al suo meglio. Già all’inizio, la scelta per il cliente è obbligata. Se le analisi di mercato danno come probabile un rialzo dei tassi di interesse, la banca offrirà al cliente solo mutui a tasso variabile, perché, in questo modo, potrà lucrare maggiori profitti con l’aumento dell’Euribor (un tasso interbancario al quale sono solitamente agganciati i mutui immobiliari). Se invece le analisi inducono a ritenere che i tassi tenderanno a decrescere, allora la banca offrirà solo mutui a tasso fisso. Dirà proprio così: “In questo momento, non abbiamo mutui a tasso variabile”, come se fossero cassette di pomodori di cui momentaneamente è sprovvisto il magazzino! Il cliente girerà molti istituti e troverà più o meno le stesse condizioni, salvo qualche banca che offrirà un mutuo a tasso variabile ma con un tasso limite in alto e in basso, in modo tale che, anche in caso di discesa dei tassi al di sotto della soglia, gli interessi rimarranno fermi a quel livello. Insomma guadagno assicurato e rischio annullato.

Interessi e portabilità del mutuo. Dolori ancora maggiori il cliente subisce quando vuole estinguere il mutuo. Già il metodo di capitalizzazione utilizzato dalle banche è iniquo, perché si fonda sul cosiddetto “piano di ammortamento alla francese”. Senza voler entrare nei dettagli tecnici, basterà dire che questo tipo di ammortamento consente alla banca di incassare quasi interamente la maggior parte degli interessi verso la metà del periodo di finanziamento. In questo modo, il debitore non ha alcuna convenienza ad estinguere il mutuo prima della scadenza, perché avrà già pagato quasi tutti gli interessi. Oltre a ciò, prima dell’entrata in vigore del decreto sulle liberalizzazioni di Bersani, le banche facevano pagare pesanti penali a coloro che trasportavano il mutuo in qualche altro istituto di credito, limitando in questo modo, e in maniera pesante, la libera concorrenza. Con il decreto Bersani, queste penali sono state vietate ma molte banche non hanno rispettato la legge, dimostrando ancora una volta il loro potere.
Su tale materia l’Antitrust ha avviato 23 istruttorie per accertare gli ostacoli frapposti all’applicazione del decreto Bersani. Antonio Catricalà, presidente dell’Authority, nella sua relazione per il 2008, ha sottolineato che “nonostante la nostra tempestiva presa di posizione e nonostante un intervento della Banca d’Italia, molte banche si sono ostinatamente attardate in una prassi che noi riteniamo abusiva della legge che impone la portabilità dei mutui senza oneri per i risparmiatori”

Il cartello.
Spesso le banche sono state accusate di limitare la concorrenza o con accordi collusivi o con un vero e proprio cartello. Quest’ultimo è un’associazione fra produttori finalizzata a fissare prezzi e tariffe uguali in tutti i mercati ed è vietata dalla legge antitrust italiana del 1990. Nel caso italiano, le regole di questo cartello sono contenute nelle cosiddette “Norme bancarie uniformi”, una sorta di codice civile parallelo che le banche hanno scritto a loro esclusiva convenienza, in base ad usi e tradizioni consolidate nel tempo, per regolare in modo uniforme i rapporti con la clientela. Proprio quello che la libera concorrenza dovrebbe vietare. Ancora Catricalà usa parole di fuoco sul problema dei cartelli: “I cartelli non sono peccati veniali; sono gravi misfatti contro la società perché corrompono la libera competizione delle forze economiche sul mercato: negli Stati Uniti sono considerati fatti criminosi, puniti con la prigione». Ma tutto può preoccupare le banche meno che gli urli alla luna di Autorità e associazioni dei consumatori.

Le azioni collettive. Di fronte a questa situazione di chiara “asimmetria informativa” del sistema bancario rispetto alla propria clientela (le banche si sovrappongono agli interessi dei consumatori, perseguendo e imponendo soltanto i propri, anche grazie alla loro più approfondita conoscenza del mercato), l’attuale governo sta riuscendo a sminare quello che appariva come lo strumento più adatto in mano ai consumatori per cercare di limitare il potere bancario: le azioni collettive. Queste ultime, ben conosciute negli Usa (“class action”), consentono ad un gruppo anche molto numeroso di clienti di promuovere un’unica causa, con un risparmio enorme nei costi della lite o dell’eventuale transazione conclusiva. Un vero pericolo per le banche. Già, perché in molti casi, i costi per un’azione legale superano quelli per il recupero del danno patito da un consumatore e questo induce molti clienti a rinunciare alla rivendicazione. Il governo ha deciso, senza motivazione, di posticipare l’entrata in vigore delle azioni collettive, già introdotta da una legge voluta dal governo Prodi, asserendo che è necessario studiarle meglio nella loro formula applicativa.
Il potere delle banche, ancora una volta, mostra la sua forza dissuasiva (2°-fine).

 


CERCA ARTICOLI CORRELATI ____________________

Commenti (0)Add Comment

Scrivi commento
Si deve essere connessi al sito per poter inserire un commento. Registratevi se non avete ancora un account.

busy
Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 06 Agosto 2008 22:22 )   ARCHIVIO DI DAZEBAO NEWS . Qui puoi trovare gli articoli prodotti dal 2007 al 2010.

VISITA IL NUOVO SITO

logo.jpg

VISITA IL NUOVO SITO DAZEBAONEWS.IT