di Fabrizio Legger
Ci sono molti scrittori della nostra letteratura che, purtroppo, anche se dotati di ingegno e fantasia e sebbene rivelatisi autori di originali ed interessantissime opere, sono precipitati nell’abisso dell’oblìo editoriale, e da questo sembra che davvero non possano più riemergere. È dunque compito di noi odierni scrittori e dei critici non prezzolati, riscoprire questi minori dimenticati e riportarli alla luce, affinché le loro opere siano nuovamente divulgate e i loro nomi – a torto dimenticati – tornino ad essere conosciuti ed apprezzati.
Uno di questi autori (a parer mio ingiustamente ritenuto un “minore”) è il mantovano Ulisse Barbieri, nato a Mantova nel 1841 e morto a San Benedetto Po nel 1899.
Di temperamento focoso, gioviale, audace e fantasioso, Barbieri condusse un’esistenza di scrittore scapigliato e post-romantico, incline al ribellismo sociale e propugnatore di ideali socialisti e radicalmente democratici.
Sin da adolescente fu un vorace lettore, appassionato di poesia, teatro e storia, in particolare delle vicende fosche del Medioevo e degli anni sconvolgenti della Rivoluzione Francese e dell’Impero napoleonico.
Fu in quegli anni, caratterizzati da tante letture, spesso disordinate e dispersive, dominate da quella passione travolgente che è solita spronare gli autodidatti, che crebbe il suo amore per la nostra Patria, oppressa dallo straniero e divisa in tanti antichi Stati rivali tra loro. All’epoca, il Lombardo-Veneto era sotto il dominio austriaco, e Ulisse Barbieri aderì ben presto ai fermenti patriottici e risorgimentali che in quegli anni burrascosi attraversavano le terre irredente.
Dopo aver svolto studi irregolari, più da autodidatta che da scolaro, a soli sedici anni conobbe il carcere per avere affisso manifesti inneggianti alla rivolta del popolo Italiano contro il dominio austroungarico nell’Italia nord-orientale: venne catturato dalla polizia austriaca e fu rinchiuso in galera, per quattro lunghi anni, con una condanna per affissione di manifesti inneggianti alla ribellione contro il governo imperiale allora impegnato a soffocare con ogni mezzo la strenua lotta per la libertà dei patrioti risorgimentali.
Nelle luride prigioni di Mantova e di Peschiera, Barbieri venne a contatto con un mondo di tagliagole, briganti, assassini, stupratori e delinquenti di ogni risma (gentaglia che aveva sgozzato poveri viandanti per sottrarre loro quattro spiccioli dalle tasche, oppure, che aveva tirato due schioppettate nella schiena al rivale in amore, e via dicendo), mondo certo cupo e tragico, ma dalla cui attenta osservazione il futuro drammaturgo e romanziere trasse spunti e materiale immaginario per tante sue successive opere teatrali e letterarie.
Anzi, si può addirittura affermare che la sua giovane fantasia, come ebbe a dire il De Amicis nel descriverlo, restò fortemente “impressionata” da questo popolo carcerario di banditi e di omicidi, e da essi udì senz’altro raccontare tante di quelle lugubri storie e sanguinose vicende di cronaca nera che fece poi rivivere con estrema efficacia nei suoi lunghi, patetici e agghiaccianti drammi.
Uscito di prigione a vent’anni, si arruolò nelle bande di patrioti italiani che avevano iniziato la lotta armata contro le truppe austriache e combatté contro questi sulle montagne del Trentino, al seguito dei Cacciatori delle Alpi guidati da Giuseppe Garibaldi.
Negli anni che andarono dal 1862 al 1866, viaggiò molto, per tutta Italia, da Como a Catania, da Firenze a Torino, da Genova a Venezia, facendo rappresentare nei teatri i numerosi drammi che componeva a getto continuo, mentre, al tempo stesso, non smetteva di scrivere e fare stampare lunghi, avvincenti e sanguinosi romanzi, dove elementi tratti dal folclore e dalle suggestioni scapigliate e tardo-romantiche si amalgamavano in maniera assai originale con atmosfere tenebrose e grandguignolesche spesso sfocianti nel soprannaturale.
Sempre il De Amicis, che a Torino ebbe modo di frequentarlo a lungo (in quanto Barbieri visse per qualche tempo nella città subalpina, collaborando con vari giornali e scrivendo i suoi drammi a fosche tinte che venivano puntualmente rappresentati nei teatri torinesi) lo definì “l’Ebreo errante della Letteratura italiana”, evidenziando come Barbieri non stesse mai fermo e non riuscisse a mettere radici stabili in nessuna città della penisola
Sostanzialmente, Ulisse Barbieri fu un autodidatta che lesse di tutto e che si cimentò in ogni genere letterario. Compose drammi a fosche tinte, tragedie storiche, commedie, romanzi, liriche, poemetti, racconti, con una particolare predisposizione per i soggetti tetri e terribili e con una decisa propensione al soprannaturale e all’orrorifico.
Egli fu il creatore di un teatro e di una narrativa popolare che si rivolgevano, soprattutto, agli strati più umili e più emarginati dell’Italia risorgimentale di quegli anni: i suoi drammi macabri e sanguinosi portavano in scena passioni travolgenti, audaci ideali libertari di giustizia e di riscatto sociale, mentre i suoi romanzi, spesso corali, erano incentrati su vicende tetre e delittuose aventi per protagonisti briganti, assassini, diseredati e vittime delle ingiustizie sociali e della tirannia dei ricchi e dei prepotenti.
La sua smisurata produzione teatrale comprende drammi a fosche tinte come Lucifero, La Monaca di Cracovia, Lord Byron, Abramo Lincoln, Il Frate di Segovia, Lo spettro del Colosseo, Aida, Il lago di sangue, Le orge della regina di Spagna; romanzi “neri” d’amore e di morte, sconfinanti spesso nel soprannaturale, come I sotterranei farnesiani, La Nina di Trastevere, Il Nano della Strega, Il Palazzo del Diavolo, I misteri del convento, Trenta omicidi per un’ora d’amore, I briganti greci; raccolte di liriche anticolonialistiche e antiborghesi, come quelle del vulcanico volumetto intitolato Ribellione; prose autobiografiche e di memoria come quelle raccolte nel volume I volontari del Tirolo: memorie di un garibaldino; romanzi critici d’ambiente popolare e borghese come In basso e Il delitto legale.
Barbieri fu dunque uno scrittore estremamente prolifico, che utilizzò con eguale maestrìa sia la prosa che i versi, creatore di un teatro e di una narrativa decisamente popolari, suggestivi, a tratti persino troppo enfatici e sanguinosi nelle loro macabre atmosfere, ma decisamente in “anticipo” sui tempi.
Sorprendono, infatti, certe sue intuizioni quasi “paracinematografiche”, la creazione di mondi paralleli al nostro che sembrano anticipare alcune grandi “invenzioni” della fantascienza novecentesca, lo sperimentalismo stilistico e la costruzione di un nuovo tipo di fraseggio letterario fatto di frequenti esclamazioni, sospensioni, onomatopee, frammentazioni insistenti del periodo e della sintassi.
Insomma, un innovatore a tutto campo, alla ricerca di nuove tematiche e nuovi linguaggi, capace di ripescare e rielaborare le leggende più truculente e scabrose del folclore e della tradizione popolare, per rinvigorirle con la sua potente concezione drammatica, la quale, sotto certi aspetti, presiede anche alla stesura delle sue farraginose e strabilianti opere narrative, propendenti al sensazionale, all’orrido, al patetico e al raccapricciante.
Ma Barbieri, come ho già detto, non si limitò a fantasticare e a fuggire dalla realtà rifugiandosi in mondi tenebrosi di incubo o di sogno: a suo modo fu anche un verista, un esponente di quelle correnti letterarie che amano trarre dalla quotidianità della cronaca nera o delle lotte sociali la fonte di ispirazione per vicende narrative e drammatiche di forte impatto emotivo.
Spronato dal suo temperamento impetuoso, temerario, irruente, per nulla incline alla moderazione e al compromesso, non si fece scrupolo nel mettere alla gogna molti politici locali e nazionali, scrivendo feroci pagine satiriche contro i crack finanziari dell’epoca e contro i politicanti colonialisti come Crispi e Giolitti, evidenziando soprattutto le ingiustizie sociali e le lotte di classe, ragion per cui fu sovente perseguitato dai tribunali di giustizia e dalla polizia.
Nonostante fosse tenuto d’occhio come un sovversivo e fosse sempre a rischio di querela da parte dei ricchi borghesi che, spesso, si sentivano offesi e ridicolizzati nei suoi drammi e nei suoi romanzi, Barbieri continuava a scrivere polemicamente contro l’aristocrazia e gli ambienti dell’alta finanza, come racconta il De Amicis nel suo gustoso e avvincente ritratto barbieriano:
“Il mondo aristocratico e il mondo finanziario, che egli tratta spesso e volentieri, non lo conosce affatto per esperienza; se lo foggia di suo capo. Caratteri, avvenimenti, linguaggio, è tutto di maniera; il suo stile ha dei ricordi eufonici, uno stile saltellante, variopinto, di cento stili diversi, qualche volta non privo di forza e di colore, tempestato di punti esclamativi e di puntini, pieno di capricci e di formule vaghe, che ricordano alla lontana le pagine più minuziose di Victor Hugo. Ma queste sono minuzie a cui non ha tempo di badare nella foga delle grandi composizioni, e il pubblico, d’altra parte, non gliene chiede conto…”.
Essendo il Barbieri un irregolare della Letteratura, un ribelle e uno scapigliato anticonformista, le sue opere suscitarono spesso polemiche tra i letterati, sia quando si trattò di solenni fiaschi (come per il dramma Il frate di Segovia), sia quando riscossero strepitosi successi (come avvenne per il dramma La monaca di Cracovia, che continuò ad essere rappresentato nei principali teatri italiani anche dopo la morte del Barbieri, sino ai primi anni del Novecento).
Siccome con il teatro, con i romanzi e con le poesie non riusciva a raggranellare troppi quattrini, il baldanzoso Ulisse decise di tentare anche la strada del giornalismo: oltre a scrivere articoli per vari periodici (tra cui la Gazzetta d’Italia), fondò anche un giornale tutto suo, che aveva nome Combattiamo, nel quale pubblicò articoli di fuoco, satirici e critici, contro Crispi e Giolitti, contro poeti e letterati che egli detestava (come Lorenzo Stecchetti, Giovanni Pascoli e Mario Rapisardi), contro la politica coloniale italiana, in difesa dei dervisci sudanesi, degli insorti tonchinesi, dei ribelli tartari, dei guerrieri zulù dell’Africa australe, non risparmiando critiche né all’Italia monarchica, né alla potenze imperiali e colonialiste dell’epoca, come l’Inghilterra, la Francia, la Germania, la Russia. Insomma, questo suo giornale fu una effervescente ed esplosiva palestra di critica, di stroncature e di pensiero ribelle e antagonista, socialisteggiante, semi-anarcoide e decisamente antiborghese, in cui Barbieri (pochi erano i collaboratori di Combattiamo: il giornale lo scriveva quasi tutto lui, utilizzando moltissimi pseudonimi) dava sfogo a tutta la sua acredine contro la società borghese dell’Italia appena unificata.
Eppure, quella stessa monarchia che egli tanto avversava, lo ammirò per i suoi drammi patriottici e pieni di amore per l’Italia. Si racconta che il principe ereditario Umberto, che succedette al padre Vittorio Emanuele II con il nome di Umberto I, assistendo ad una rappresentazione del dramma barbieriano Lord Byron, restò talmente affascinato da quella impetuosa e rocambolesca opera drammatica, tanto che, alla fine dello spettacolo, volle conoscere personalmente il Barbieri, si complimentò vivamente con lui e gli fece dono di una splendida spilla d’oro intarsiata con favolosi brillanti, lasciando a bocca aperta il sanguigno drammaturgo antiborghese e certamente non filomonarchico!
Siccome Barbieri non aveva peli… sulla penna e amava le polemiche e le dispute, non si tirò indietro quando fu criticato dal poeta catanese Mario Rapisardi e dal drammaturgo valdostano Giuseppe Giacosa, e rispose loro sui giornali con articoli estremamente aspri e satirici, in cui le ingiurie fioccavano e la denigrazione reciproca delle rispettive opere diventava cosa abituale.
Furono in molti, tra cui il Panzacchi, il Giacosa e lo stesso De Amicis, a criticare Barbieri per la sua eccessiva creatività e per la smisurata prolissità dei suoi romanzi, ma Barbieri rispondeva alle loro critiche scrivendo ancora di più, e pubblicando un romanzo dietro l’altro, sia come appendici di giornali popolari, sia a dispense illustrate, sia in volumetti di basso costo e stampati su pessima carta che venivano venduti sulle bancarelle dei librai ambulanti e persino dei rigattieri.
Barbieri girava l’Italia con le mani guantate (si levava i guanti solo per dormire, tenendoli persino quando pranzava e quando scriveva!) e con gli scartafacci dei suoi manoscritti sempre sotto il braccio. In pratica, non esisteva luogo dove egli non si fermasse a scrivere: sulle panchine nei pubblici giardini, sui tavoli traballanti delle osterie, nelle solitarie sale d’aspetto delle stazioni, nelle umide e fatiscenti stanze di albergacci a poco prezzo, in treno, in nave, sui birocci e in qualunque altro luogo si trovasse.
E non si limitava a prendere appunti o ad abbozzare idee, ma scriveva proprio capitoli interi di romanzi e atti di drammi che poi, sovente, consegnava agli editori o ai capocomici delle compagnie teatrali affinché li pubblicassero o li mettessero subito in scena. Era, insomma, un vero e proprio vulcano di creatività, una forza della natura letterariamente scatenata, un impetuoso creatore di storie sanguinose e di drammi farraginosi dove tutto era abnorme, disequilibrato, sensazionale, ridondante, stupefacente…
In una sola notte, nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria di Verona, dopo avere assistito ad una rappresentazione di Aida, il celebre melodramma musicato da Verdi, scrisse un dramma con lo stesso titolo, trattante la stessa tragica vicenda, ma con toni macabri e sanguinosi che nulla avevano a che vedere con il melodramma verdiano.
In un’altra occasione, mentre attendeva il traghetto che dalla costa calabra doveva condurlo in Sicilia, gli capitò di leggere il titolo di un giornale che riportava la notizia della disfatta dell’armata coloniale del generale Gordon a Khartoum, in Sudan, ad opera dei dervisci del Mahdi: infervorato da quel titolo, senza neppure aver finito di leggere l’articolo, prese carta e penna e scrisse in quattro e quattr’otto un poemetto, proprio lì, sull’affollato ponte del traghetto, in lode dei dervisci islamici e della disfatta britannica nel paese africano.
Spesso, per il puro gusto di polemizzare e di ridicolizzare i suoi avversari, prendeva spunto dalle loro opere per stravolgerle e scriverne di nuove. Entrato in feroce diatriba con il commediografo francese Victorien Sardou, che aveva definito il Barbieri un imbrattacarte del teatro italiano incapace di scrivere un dramma come il suo Rabagas, il sanguigno mantovano scrisse un dramma anagrammando il titolo dell’opera del francese e dando così vita al Sabagar, che fu rappresentato con successo in molti teatri italiani.
I suoi personaggi teatrali e romanzeschi rispecchiano il Barbieri in mille modi e in mille forme diverse: sono gigioneschi, titanici e meschini al tempo stesso, sono mossi da passioni smisurate e, assai sovente, sembrano vivere fuori dalla realtà, come se fossero rapiti da passioni e ideali smisurati, travolgenti, infinitamente più grandi di loro e difficilmente controllabili.
Ma nonostante tutta questa immensa mole di scritti, di pubblicazioni e di rappresentazioni teatrali, il buon Ulisse il Sanguinario (come lo definì De Amicis) faticava a sbarcare il lunario e a mettere insieme il pranzo con la cena: è vero che gli editori e gli impresari teatrali lo pagavano poco e a singhiozzo, ma è anche vero che il buon Ulisse aveva le mani bucate, amava spendere al di sopra delle sue possibilità, non si lasciava mai mancare la compagnia di sensuali donne e i piaceri della buona tavola, e non era affatto un oculato e attento amministratore delle sue non copiose entrate.
Così finiva che, girovagando in continuazione per l’Italia per essere presente là dove si rappresentava un suo dramma o si stampava un suo romanzo, il Barbieri, molte volte, non aveva addosso neppure i soldi necessari per pagarsi una stanza d’albergo.
Se non riusciva a rimediare un anticipo o un prestito dagli editori, dai direttori dei giornali ai quali inviava articoli, oppure dai proprietari dei teatri, finiva spesso con il dormire nelle sale d’aspetto delle stazioni ferroviarie oppure sotto i ponti, magari in compagnia di barboni e prostitute, da cui si faceva raccontare truculente storie di delitti e di passioni estreme che poi, puntualmente, si trasformavano in trame di romanzi e di drammi in cui venivano poste positivamente in risalto figure di emarginati sociali, disadattati, ribelli, poveri e vittime di soprusi desiderosi di giustizia e riscatto sociale (figure che, per la loro battagliera carica di ribellione, si pongono in decisa antitesi sia nei confronti degli “umili” manzoniani sia nei confronti dei “vinti” verghiani, presentandoci così una terza via letteraria di possibile riscatto per gli emarginati e per coloro che non hanno voce in capitolo nei grandi avvenimenti della Storia).
Ma anche in tali condizioni così precarie, Barbieri non cessava di scrivere: era come un fiume in piena, non si fermava mai, le idee, i versi, i dialoghi e le narrazioni gli zampillavano dalla fervida fantasia come una sorta di fiume inesauribile, tanto che non aveva requie finché non fissava sulla carta quel vorticoso tumultuare di emozioni, di sogni impossibili, di fantasie smisurate, di deliri poetici, di paure fantastiche e di sensazioni elettrizzanti.
Nel 1886, stufo di fare la fame e di dovere elemosinare i diritti delle proprie opere dagli impresari teatrali e dagli editori-stampatori (che, non a torto, come disse poi anche Emilio Salgari, li definì “vampiri e sanguisughe assetate del sangue degli scrittori liberi e senza padroni”) lasciò l’Italia per il Brasile, dove si recò per allestire spettacoli teatrali per i numerosi braccianti italiani che lavoravano nelle grandi fazende.
Affascinato dal mito del Sudamerica come terra di eccezionali opportunità per i coraggiosi e di favolose ricchezze, pensò che, essendo moltissimi gli italiani che si erano trasferiti in Brasile per cercare lavoro e fortuna, avrebbe certo ottenuto più plausi e onori da quei coraggiosi emigranti che avevano lasciato la propria patria spingendosi nelle braccia dell’ignoto, piuttosto che restando in Italia, paese dominato da ricchi borghesi dove le sue opere romanzesche e teatrali facevano scandalo e non gli procuravano il denaro sufficiente per condurre la vita dignitosa e agiata che giustamente tanto desiderava.
Dopo un avventuroso viaggio in piroscafo, insieme a centinaia e centinaia di altri italiani che salpavano per le terre sudamericane in cerca di quella fortuna e quella ricchezza che non avevano trovato nel nostro Paese, Barbieri raggiunse il Brasile e lì vi rimase per ben dieci anni, girando tutte le principali città della costa atlantica e percorrendo quell’immensa nazione dagli stati umidi e piovosi del Sud alle solari e affascinanti coste del Nord-Est, restando affascinato dall’incontro con i predoni cangaceiros del Sertao e con gli ultimi discendenti degli indios tribali che, un tempo, avevano dominato su tutto il territorio brasiliano.
Ma anche in quella terra così lussureggiante e seducente (dove ebbe modo di vivere molti amori piccanti e passionali con le belle e calorose donne di irresistibile fascino di cui il Brasile è terra incredibilmente feconda), Barbieri si imbatté in una serie di ingiustizie, vessazioni e atrocità che turbarono non poco il suo animo di gigante buono, sempre disposto ad intervenire in soccorso dei più deboli e in difesa degli emarginati.
In un paese dominato dai discendenti dei colonizzatori portoghesi, dove il meticciato di origine lusitana la faceva da padrone e dove regnavano ancora la schiavitù e lo sfruttamento indiscriminato degli schiavi neri portati dall’Africa e degli ultimi discendenti degli indios precolombiani, il generoso Barbieri prese le difese dei poveri e degli sfruttati, degli amerindi e dei neri, scontrandosi spesso con i ricchi latifondisti che angariavano e maltrattavano i loro braccianti, da vero e proprio paladino dei deboli, dei poveri e degli emarginati.
Una volta, vedendo un creolo che frustava un suo servo nero, incespicante sotto un cumulo di pesanti bagagli, intervenne in difesa del poveretto, fermò il braccio del padrone e, per tutta risposta, ricevette una frustata sul volto.
In un’altra occasione, dopo aver riscosso i magri proventi della messa in scena di un suo dramma, s’imbatté in una famiglia meticcia composta da una vedova con una mezza dozzina di bambini laceri, sporchi, affamati e piangenti: il buon Barbieri restò così impietosito, tanto che non esitò a dare a quella donna i pochi soldi che aveva guadagnato, restando senza un quattrino, senza cena e senza la possibilità di pagarsi un letto in una locanda per trascorrere la notte, ragion per cui gli toccò dormire sotto un albero, alla stregua di un miserabile mendicante.
Girovagando di fazenda in fazenda per portare ovunque i suoi drammi (che spesso venivano rappresentati nei cortili e nelle piazze, dove si accalcavano folle variopinte di braccianti, vagabondi, avventurieri ed emarginati d’ogni genere), frequenti furono i suoi vulcanici scontri verbali con quei proprietari terrieri crudeli e senza scrupoli che facevano lavorare i contadini sotto un sistema di caporalato brutale e disumano, dove il ritmo del lavoro era scandito dai sibili spietati della frusta.
Forse, anche per questi motivi, il Brasile non gli piacque poi così tanto, nonostante fosse allietato dalla presenza continua di belle e focose donne che riusciva facilmente a portarsi a letto e dalle meraviglie incantevoli di una natura ancora selvaggia, florida e rigogliosa. Dopo dieci anni, decise di andarsene, anche perché il suo teatro non aveva ottenuto i successi e i guadagni che egli aveva tanto ingenuamente sperato.
Tornato in Italia, nella nativa Lombardia, nel 1896, riprese a girovagare ovunque si allestisse un suo dramma o si stampasse un suo romanzo, spostandosi da Mantova a Roma, da Milano a Torino, da Genova a Palermo, da Venezia a Livorno, instancabilmente, sebbene fosse già ammalato di cancro e consunto nel corpo e nello spirito.
Soleva portare sempre in capo un cappellone a larghe tese, continuava a coprirsi sempre le mani con i guanti (anche d’estate), e spesso se ne andava in giro con una civetta appollaiata sulla spalla o con un lungo girasole in mano, quasi a voler esibire il suo distacco e la sua differenza dai ceti borghesi ipocriti e perbenisti, che si scandalizzavano per i suoi drammoni cupi, tenebrosi, pieni di delitti efferati, amori sensuali infelici e tragici, apparizioni spettrali e demoniache, vicende storiche cariche di crudeltà inumane.
Visse gli ultimi anni di vita a San Benedetto Po, in estrema povertà, accontentandosi di raggranellare pochi spiccioli dalla vendita dei suoi numerosi libri e dalle rappresentazioni teatrali dei suoi drammi, finché morì, nel 1899, divorato dal cancro e stremato dalla miseria.
A causa delle vicende cupe e tragiche dei suoi drammi e dei suoi romanzi, spesso popolati di vampiri, streghe, diavoli, spettri, e feroci assassini di ogni risma, gli venne appioppato, come racconta Edmondo De Amicis in una sua cronaca dell’epoca, il nomignolo di Ulisse il Sanguinario, ma sanguinario Barbieri non lo era davvero.
Fu semplicemente uno scrittore fantasioso e stravagante, che si lasciava facilmente suggestionare dai delitti efferati della cronaca nera, dalle leggende tenebrose della tarda età romantica e dai periodi più foschi e sanguinosi della recente storia europea.
I personaggi delle sue opere drammatiche e narrative sono i tiranni tormentati dai rimorsi per le nefandezze compiute, gli assassini disperati che uccidono senza mai riuscire a placare il loro furore, i demoni cacciati dal cielo e condannati a vagare come dannati sulla terra, i rivoluzionari costretti a spargere fiumi di sangue per affermare i loro sublimi ideali di libertà e di giustizia sociale, le streghe e i negromanti dediti alle più tenebrose e spaventevoli arti dell’occulto, le giovani innamorate vittime di amori tragici e contrastati, i religiosi che in preda al fanatismo più intollerante si trasformano in crudeli mostri assetati di sangue.
Nelle liriche, in particolare in quelle della raccolta intitolata Ribellione, stampata a Lugo, in Romagna, nel 1887, troviamo invece un poeta libertario e antimperialista che si batte strenuamente contro la politica coloniale delle potenze dell’epoca (Francia, Inghilterra, Germania, Italia) e che invita i popoli indigeni del Corno d’Africa, del Vicino Oriente e dell’Indocina, ad insorgere contro le prepotenze degli invasori bianchi e dei colonialisti europei che, proprio in quegli anni, iniziavano ad essere condannati anche nelle pagine dei romanzi avventurosi di Salgàri.
Celebre è il suo inno dedicato ai ribelli dervisci del Sudan seguaci del Mahdi (che si batterono contro i colonialisti britannici), famosi sono gli epigrammi che scrisse contro la politica coloniale del governo italiano in Abissinia, e altrettanto degni di nota sono i versi che compose in favore dei ribelli del Tonchino e della Cocincina in lotta contro le brutali truppe coloniali francesi e degli Zulù in guerra contro i Boeri e i Britannici nelle vaste contrade selvagge del Sudafrica.
Versi audaci, virulenti, fradici di vis polemica e di odio verso ogni sfruttamento, ogni oppressione, ogni imperialismo ed ogni tirannia, ma, in particolare, quelle imposte dal colonialismo europeo, come si nota chiaramente da questa strofa dell’inno per la ribellione del Mahdi, intitolato Pel Sudan:
La nostra Civiltà… è l’adulterio
che non ammette le revolverate:
la nostra Civiltà son le manette
che ai polsi dei ribelli,
ribelli come voi, sono serrate;
è il trionfo vigliacco degli imbelli
che vincon ricevendo scudisciate…
La nostra Civiltà… son le galere,
le galere che ancora non avete…
La nostra Civiltà se nol’ sapete
È tal che… guai a voi!... se la provate.
Meglio le vostre tende… ed il deserto…
Vasto ed interminato…
Alle officine ove il sudor che gronda
da fronte d’operai… non è pagato!!!
Barbieri fu dunque un fantasioso e geniale scrittore, e le sue opere dovrebbero essere oggi assolutamente rivalutate e ripubblicate. Per ora, soltanto la piccola casa editrice Nomade Psichico, di San Niccolò Po (Mantova), ha pubblicato alcune opere barbieriane: I briganti greci, Il Palazzo del Diavolo, Il delitto legale, Che fanno al mondo (poesie varie).
Una impresa editoriale indubbiamente meritevole, ma ci pare ancora troppo poco per un grande scrittore quale fu Ulisse Barbieri, così estremamente attuale, capace di evocare mondi paralleli, di trascinare il lettore ora in atmosfere da incubo, ora in paesi in cui si lotta e si muore per nobili ideali di libertà e di indipendenza.
Ecco perché non lo si può lasciare nell’oblìo. Ulisse Barbieri è il letterato ribelle ad ogni giogo conformista, ad ogni compromesso morale, ad ogni imposizione politica o religiosa, e di questo genere di ribellione, al giorno d’oggi, la nostra consumistica società postmoderna, ha veramente tanto bisogno.
Di temperamento focoso, gioviale, audace e fantasioso, Barbieri condusse un’esistenza di scrittore scapigliato e post-romantico, incline al ribellismo sociale e propugnatore di ideali socialisti e radicalmente democratici.
Sin da adolescente fu un vorace lettore, appassionato di poesia, teatro e storia, in particolare delle vicende fosche del Medioevo e degli anni sconvolgenti della Rivoluzione Francese e dell’Impero napoleonico.
Fu in quegli anni, caratterizzati da tante letture, spesso disordinate e dispersive, dominate da quella passione travolgente che è solita spronare gli autodidatti, che crebbe il suo amore per la nostra Patria, oppressa dallo straniero e divisa in tanti antichi Stati rivali tra loro. All’epoca, il Lombardo-Veneto era sotto il dominio austriaco, e Ulisse Barbieri aderì ben presto ai fermenti patriottici e risorgimentali che in quegli anni burrascosi attraversavano le terre irredente.
Dopo aver svolto studi irregolari, più da autodidatta che da scolaro, a soli sedici anni conobbe il carcere per avere affisso manifesti inneggianti alla rivolta del popolo Italiano contro il dominio austroungarico nell’Italia nord-orientale: venne catturato dalla polizia austriaca e fu rinchiuso in galera, per quattro lunghi anni, con una condanna per affissione di manifesti inneggianti alla ribellione contro il governo imperiale allora impegnato a soffocare con ogni mezzo la strenua lotta per la libertà dei patrioti risorgimentali.
Nelle luride prigioni di Mantova e di Peschiera, Barbieri venne a contatto con un mondo di tagliagole, briganti, assassini, stupratori e delinquenti di ogni risma (gentaglia che aveva sgozzato poveri viandanti per sottrarre loro quattro spiccioli dalle tasche, oppure, che aveva tirato due schioppettate nella schiena al rivale in amore, e via dicendo), mondo certo cupo e tragico, ma dalla cui attenta osservazione il futuro drammaturgo e romanziere trasse spunti e materiale immaginario per tante sue successive opere teatrali e letterarie.
Anzi, si può addirittura affermare che la sua giovane fantasia, come ebbe a dire il De Amicis nel descriverlo, restò fortemente “impressionata” da questo popolo carcerario di banditi e di omicidi, e da essi udì senz’altro raccontare tante di quelle lugubri storie e sanguinose vicende di cronaca nera che fece poi rivivere con estrema efficacia nei suoi lunghi, patetici e agghiaccianti drammi.
Uscito di prigione a vent’anni, si arruolò nelle bande di patrioti italiani che avevano iniziato la lotta armata contro le truppe austriache e combatté contro questi sulle montagne del Trentino, al seguito dei Cacciatori delle Alpi guidati da Giuseppe Garibaldi.
Negli anni che andarono dal 1862 al 1866, viaggiò molto, per tutta Italia, da Como a Catania, da Firenze a Torino, da Genova a Venezia, facendo rappresentare nei teatri i numerosi drammi che componeva a getto continuo, mentre, al tempo stesso, non smetteva di scrivere e fare stampare lunghi, avvincenti e sanguinosi romanzi, dove elementi tratti dal folclore e dalle suggestioni scapigliate e tardo-romantiche si amalgamavano in maniera assai originale con atmosfere tenebrose e grandguignolesche spesso sfocianti nel soprannaturale.
Sempre il De Amicis, che a Torino ebbe modo di frequentarlo a lungo (in quanto Barbieri visse per qualche tempo nella città subalpina, collaborando con vari giornali e scrivendo i suoi drammi a fosche tinte che venivano puntualmente rappresentati nei teatri torinesi) lo definì “l’Ebreo errante della Letteratura italiana”, evidenziando come Barbieri non stesse mai fermo e non riuscisse a mettere radici stabili in nessuna città della penisola
Sostanzialmente, Ulisse Barbieri fu un autodidatta che lesse di tutto e che si cimentò in ogni genere letterario. Compose drammi a fosche tinte, tragedie storiche, commedie, romanzi, liriche, poemetti, racconti, con una particolare predisposizione per i soggetti tetri e terribili e con una decisa propensione al soprannaturale e all’orrorifico.
Egli fu il creatore di un teatro e di una narrativa popolare che si rivolgevano, soprattutto, agli strati più umili e più emarginati dell’Italia risorgimentale di quegli anni: i suoi drammi macabri e sanguinosi portavano in scena passioni travolgenti, audaci ideali libertari di giustizia e di riscatto sociale, mentre i suoi romanzi, spesso corali, erano incentrati su vicende tetre e delittuose aventi per protagonisti briganti, assassini, diseredati e vittime delle ingiustizie sociali e della tirannia dei ricchi e dei prepotenti.
La sua smisurata produzione teatrale comprende drammi a fosche tinte come Lucifero, La Monaca di Cracovia, Lord Byron, Abramo Lincoln, Il Frate di Segovia, Lo spettro del Colosseo, Aida, Il lago di sangue, Le orge della regina di Spagna; romanzi “neri” d’amore e di morte, sconfinanti spesso nel soprannaturale, come I sotterranei farnesiani, La Nina di Trastevere, Il Nano della Strega, Il Palazzo del Diavolo, I misteri del convento, Trenta omicidi per un’ora d’amore, I briganti greci; raccolte di liriche anticolonialistiche e antiborghesi, come quelle del vulcanico volumetto intitolato Ribellione; prose autobiografiche e di memoria come quelle raccolte nel volume I volontari del Tirolo: memorie di un garibaldino; romanzi critici d’ambiente popolare e borghese come In basso e Il delitto legale.
Barbieri fu dunque uno scrittore estremamente prolifico, che utilizzò con eguale maestrìa sia la prosa che i versi, creatore di un teatro e di una narrativa decisamente popolari, suggestivi, a tratti persino troppo enfatici e sanguinosi nelle loro macabre atmosfere, ma decisamente in “anticipo” sui tempi.
Sorprendono, infatti, certe sue intuizioni quasi “paracinematografiche”, la creazione di mondi paralleli al nostro che sembrano anticipare alcune grandi “invenzioni” della fantascienza novecentesca, lo sperimentalismo stilistico e la costruzione di un nuovo tipo di fraseggio letterario fatto di frequenti esclamazioni, sospensioni, onomatopee, frammentazioni insistenti del periodo e della sintassi.
Insomma, un innovatore a tutto campo, alla ricerca di nuove tematiche e nuovi linguaggi, capace di ripescare e rielaborare le leggende più truculente e scabrose del folclore e della tradizione popolare, per rinvigorirle con la sua potente concezione drammatica, la quale, sotto certi aspetti, presiede anche alla stesura delle sue farraginose e strabilianti opere narrative, propendenti al sensazionale, all’orrido, al patetico e al raccapricciante.
Ma Barbieri, come ho già detto, non si limitò a fantasticare e a fuggire dalla realtà rifugiandosi in mondi tenebrosi di incubo o di sogno: a suo modo fu anche un verista, un esponente di quelle correnti letterarie che amano trarre dalla quotidianità della cronaca nera o delle lotte sociali la fonte di ispirazione per vicende narrative e drammatiche di forte impatto emotivo.
Spronato dal suo temperamento impetuoso, temerario, irruente, per nulla incline alla moderazione e al compromesso, non si fece scrupolo nel mettere alla gogna molti politici locali e nazionali, scrivendo feroci pagine satiriche contro i crack finanziari dell’epoca e contro i politicanti colonialisti come Crispi e Giolitti, evidenziando soprattutto le ingiustizie sociali e le lotte di classe, ragion per cui fu sovente perseguitato dai tribunali di giustizia e dalla polizia.
Nonostante fosse tenuto d’occhio come un sovversivo e fosse sempre a rischio di querela da parte dei ricchi borghesi che, spesso, si sentivano offesi e ridicolizzati nei suoi drammi e nei suoi romanzi, Barbieri continuava a scrivere polemicamente contro l’aristocrazia e gli ambienti dell’alta finanza, come racconta il De Amicis nel suo gustoso e avvincente ritratto barbieriano:
“Il mondo aristocratico e il mondo finanziario, che egli tratta spesso e volentieri, non lo conosce affatto per esperienza; se lo foggia di suo capo. Caratteri, avvenimenti, linguaggio, è tutto di maniera; il suo stile ha dei ricordi eufonici, uno stile saltellante, variopinto, di cento stili diversi, qualche volta non privo di forza e di colore, tempestato di punti esclamativi e di puntini, pieno di capricci e di formule vaghe, che ricordano alla lontana le pagine più minuziose di Victor Hugo. Ma queste sono minuzie a cui non ha tempo di badare nella foga delle grandi composizioni, e il pubblico, d’altra parte, non gliene chiede conto…”.
Essendo il Barbieri un irregolare della Letteratura, un ribelle e uno scapigliato anticonformista, le sue opere suscitarono spesso polemiche tra i letterati, sia quando si trattò di solenni fiaschi (come per il dramma Il frate di Segovia), sia quando riscossero strepitosi successi (come avvenne per il dramma La monaca di Cracovia, che continuò ad essere rappresentato nei principali teatri italiani anche dopo la morte del Barbieri, sino ai primi anni del Novecento).
Siccome con il teatro, con i romanzi e con le poesie non riusciva a raggranellare troppi quattrini, il baldanzoso Ulisse decise di tentare anche la strada del giornalismo: oltre a scrivere articoli per vari periodici (tra cui la Gazzetta d’Italia), fondò anche un giornale tutto suo, che aveva nome Combattiamo, nel quale pubblicò articoli di fuoco, satirici e critici, contro Crispi e Giolitti, contro poeti e letterati che egli detestava (come Lorenzo Stecchetti, Giovanni Pascoli e Mario Rapisardi), contro la politica coloniale italiana, in difesa dei dervisci sudanesi, degli insorti tonchinesi, dei ribelli tartari, dei guerrieri zulù dell’Africa australe, non risparmiando critiche né all’Italia monarchica, né alla potenze imperiali e colonialiste dell’epoca, come l’Inghilterra, la Francia, la Germania, la Russia. Insomma, questo suo giornale fu una effervescente ed esplosiva palestra di critica, di stroncature e di pensiero ribelle e antagonista, socialisteggiante, semi-anarcoide e decisamente antiborghese, in cui Barbieri (pochi erano i collaboratori di Combattiamo: il giornale lo scriveva quasi tutto lui, utilizzando moltissimi pseudonimi) dava sfogo a tutta la sua acredine contro la società borghese dell’Italia appena unificata.
Eppure, quella stessa monarchia che egli tanto avversava, lo ammirò per i suoi drammi patriottici e pieni di amore per l’Italia. Si racconta che il principe ereditario Umberto, che succedette al padre Vittorio Emanuele II con il nome di Umberto I, assistendo ad una rappresentazione del dramma barbieriano Lord Byron, restò talmente affascinato da quella impetuosa e rocambolesca opera drammatica, tanto che, alla fine dello spettacolo, volle conoscere personalmente il Barbieri, si complimentò vivamente con lui e gli fece dono di una splendida spilla d’oro intarsiata con favolosi brillanti, lasciando a bocca aperta il sanguigno drammaturgo antiborghese e certamente non filomonarchico!
Siccome Barbieri non aveva peli… sulla penna e amava le polemiche e le dispute, non si tirò indietro quando fu criticato dal poeta catanese Mario Rapisardi e dal drammaturgo valdostano Giuseppe Giacosa, e rispose loro sui giornali con articoli estremamente aspri e satirici, in cui le ingiurie fioccavano e la denigrazione reciproca delle rispettive opere diventava cosa abituale.
Furono in molti, tra cui il Panzacchi, il Giacosa e lo stesso De Amicis, a criticare Barbieri per la sua eccessiva creatività e per la smisurata prolissità dei suoi romanzi, ma Barbieri rispondeva alle loro critiche scrivendo ancora di più, e pubblicando un romanzo dietro l’altro, sia come appendici di giornali popolari, sia a dispense illustrate, sia in volumetti di basso costo e stampati su pessima carta che venivano venduti sulle bancarelle dei librai ambulanti e persino dei rigattieri.
Barbieri girava l’Italia con le mani guantate (si levava i guanti solo per dormire, tenendoli persino quando pranzava e quando scriveva!) e con gli scartafacci dei suoi manoscritti sempre sotto il braccio. In pratica, non esisteva luogo dove egli non si fermasse a scrivere: sulle panchine nei pubblici giardini, sui tavoli traballanti delle osterie, nelle solitarie sale d’aspetto delle stazioni, nelle umide e fatiscenti stanze di albergacci a poco prezzo, in treno, in nave, sui birocci e in qualunque altro luogo si trovasse.
E non si limitava a prendere appunti o ad abbozzare idee, ma scriveva proprio capitoli interi di romanzi e atti di drammi che poi, sovente, consegnava agli editori o ai capocomici delle compagnie teatrali affinché li pubblicassero o li mettessero subito in scena. Era, insomma, un vero e proprio vulcano di creatività, una forza della natura letterariamente scatenata, un impetuoso creatore di storie sanguinose e di drammi farraginosi dove tutto era abnorme, disequilibrato, sensazionale, ridondante, stupefacente…
In una sola notte, nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria di Verona, dopo avere assistito ad una rappresentazione di Aida, il celebre melodramma musicato da Verdi, scrisse un dramma con lo stesso titolo, trattante la stessa tragica vicenda, ma con toni macabri e sanguinosi che nulla avevano a che vedere con il melodramma verdiano.
In un’altra occasione, mentre attendeva il traghetto che dalla costa calabra doveva condurlo in Sicilia, gli capitò di leggere il titolo di un giornale che riportava la notizia della disfatta dell’armata coloniale del generale Gordon a Khartoum, in Sudan, ad opera dei dervisci del Mahdi: infervorato da quel titolo, senza neppure aver finito di leggere l’articolo, prese carta e penna e scrisse in quattro e quattr’otto un poemetto, proprio lì, sull’affollato ponte del traghetto, in lode dei dervisci islamici e della disfatta britannica nel paese africano.
Spesso, per il puro gusto di polemizzare e di ridicolizzare i suoi avversari, prendeva spunto dalle loro opere per stravolgerle e scriverne di nuove. Entrato in feroce diatriba con il commediografo francese Victorien Sardou, che aveva definito il Barbieri un imbrattacarte del teatro italiano incapace di scrivere un dramma come il suo Rabagas, il sanguigno mantovano scrisse un dramma anagrammando il titolo dell’opera del francese e dando così vita al Sabagar, che fu rappresentato con successo in molti teatri italiani.
I suoi personaggi teatrali e romanzeschi rispecchiano il Barbieri in mille modi e in mille forme diverse: sono gigioneschi, titanici e meschini al tempo stesso, sono mossi da passioni smisurate e, assai sovente, sembrano vivere fuori dalla realtà, come se fossero rapiti da passioni e ideali smisurati, travolgenti, infinitamente più grandi di loro e difficilmente controllabili.
Ma nonostante tutta questa immensa mole di scritti, di pubblicazioni e di rappresentazioni teatrali, il buon Ulisse il Sanguinario (come lo definì De Amicis) faticava a sbarcare il lunario e a mettere insieme il pranzo con la cena: è vero che gli editori e gli impresari teatrali lo pagavano poco e a singhiozzo, ma è anche vero che il buon Ulisse aveva le mani bucate, amava spendere al di sopra delle sue possibilità, non si lasciava mai mancare la compagnia di sensuali donne e i piaceri della buona tavola, e non era affatto un oculato e attento amministratore delle sue non copiose entrate.
Così finiva che, girovagando in continuazione per l’Italia per essere presente là dove si rappresentava un suo dramma o si stampava un suo romanzo, il Barbieri, molte volte, non aveva addosso neppure i soldi necessari per pagarsi una stanza d’albergo.
Se non riusciva a rimediare un anticipo o un prestito dagli editori, dai direttori dei giornali ai quali inviava articoli, oppure dai proprietari dei teatri, finiva spesso con il dormire nelle sale d’aspetto delle stazioni ferroviarie oppure sotto i ponti, magari in compagnia di barboni e prostitute, da cui si faceva raccontare truculente storie di delitti e di passioni estreme che poi, puntualmente, si trasformavano in trame di romanzi e di drammi in cui venivano poste positivamente in risalto figure di emarginati sociali, disadattati, ribelli, poveri e vittime di soprusi desiderosi di giustizia e riscatto sociale (figure che, per la loro battagliera carica di ribellione, si pongono in decisa antitesi sia nei confronti degli “umili” manzoniani sia nei confronti dei “vinti” verghiani, presentandoci così una terza via letteraria di possibile riscatto per gli emarginati e per coloro che non hanno voce in capitolo nei grandi avvenimenti della Storia).
Ma anche in tali condizioni così precarie, Barbieri non cessava di scrivere: era come un fiume in piena, non si fermava mai, le idee, i versi, i dialoghi e le narrazioni gli zampillavano dalla fervida fantasia come una sorta di fiume inesauribile, tanto che non aveva requie finché non fissava sulla carta quel vorticoso tumultuare di emozioni, di sogni impossibili, di fantasie smisurate, di deliri poetici, di paure fantastiche e di sensazioni elettrizzanti.
Nel 1886, stufo di fare la fame e di dovere elemosinare i diritti delle proprie opere dagli impresari teatrali e dagli editori-stampatori (che, non a torto, come disse poi anche Emilio Salgari, li definì “vampiri e sanguisughe assetate del sangue degli scrittori liberi e senza padroni”) lasciò l’Italia per il Brasile, dove si recò per allestire spettacoli teatrali per i numerosi braccianti italiani che lavoravano nelle grandi fazende.
Affascinato dal mito del Sudamerica come terra di eccezionali opportunità per i coraggiosi e di favolose ricchezze, pensò che, essendo moltissimi gli italiani che si erano trasferiti in Brasile per cercare lavoro e fortuna, avrebbe certo ottenuto più plausi e onori da quei coraggiosi emigranti che avevano lasciato la propria patria spingendosi nelle braccia dell’ignoto, piuttosto che restando in Italia, paese dominato da ricchi borghesi dove le sue opere romanzesche e teatrali facevano scandalo e non gli procuravano il denaro sufficiente per condurre la vita dignitosa e agiata che giustamente tanto desiderava.
Dopo un avventuroso viaggio in piroscafo, insieme a centinaia e centinaia di altri italiani che salpavano per le terre sudamericane in cerca di quella fortuna e quella ricchezza che non avevano trovato nel nostro Paese, Barbieri raggiunse il Brasile e lì vi rimase per ben dieci anni, girando tutte le principali città della costa atlantica e percorrendo quell’immensa nazione dagli stati umidi e piovosi del Sud alle solari e affascinanti coste del Nord-Est, restando affascinato dall’incontro con i predoni cangaceiros del Sertao e con gli ultimi discendenti degli indios tribali che, un tempo, avevano dominato su tutto il territorio brasiliano.
Ma anche in quella terra così lussureggiante e seducente (dove ebbe modo di vivere molti amori piccanti e passionali con le belle e calorose donne di irresistibile fascino di cui il Brasile è terra incredibilmente feconda), Barbieri si imbatté in una serie di ingiustizie, vessazioni e atrocità che turbarono non poco il suo animo di gigante buono, sempre disposto ad intervenire in soccorso dei più deboli e in difesa degli emarginati.
In un paese dominato dai discendenti dei colonizzatori portoghesi, dove il meticciato di origine lusitana la faceva da padrone e dove regnavano ancora la schiavitù e lo sfruttamento indiscriminato degli schiavi neri portati dall’Africa e degli ultimi discendenti degli indios precolombiani, il generoso Barbieri prese le difese dei poveri e degli sfruttati, degli amerindi e dei neri, scontrandosi spesso con i ricchi latifondisti che angariavano e maltrattavano i loro braccianti, da vero e proprio paladino dei deboli, dei poveri e degli emarginati.
Una volta, vedendo un creolo che frustava un suo servo nero, incespicante sotto un cumulo di pesanti bagagli, intervenne in difesa del poveretto, fermò il braccio del padrone e, per tutta risposta, ricevette una frustata sul volto.
In un’altra occasione, dopo aver riscosso i magri proventi della messa in scena di un suo dramma, s’imbatté in una famiglia meticcia composta da una vedova con una mezza dozzina di bambini laceri, sporchi, affamati e piangenti: il buon Barbieri restò così impietosito, tanto che non esitò a dare a quella donna i pochi soldi che aveva guadagnato, restando senza un quattrino, senza cena e senza la possibilità di pagarsi un letto in una locanda per trascorrere la notte, ragion per cui gli toccò dormire sotto un albero, alla stregua di un miserabile mendicante.
Girovagando di fazenda in fazenda per portare ovunque i suoi drammi (che spesso venivano rappresentati nei cortili e nelle piazze, dove si accalcavano folle variopinte di braccianti, vagabondi, avventurieri ed emarginati d’ogni genere), frequenti furono i suoi vulcanici scontri verbali con quei proprietari terrieri crudeli e senza scrupoli che facevano lavorare i contadini sotto un sistema di caporalato brutale e disumano, dove il ritmo del lavoro era scandito dai sibili spietati della frusta.
Forse, anche per questi motivi, il Brasile non gli piacque poi così tanto, nonostante fosse allietato dalla presenza continua di belle e focose donne che riusciva facilmente a portarsi a letto e dalle meraviglie incantevoli di una natura ancora selvaggia, florida e rigogliosa. Dopo dieci anni, decise di andarsene, anche perché il suo teatro non aveva ottenuto i successi e i guadagni che egli aveva tanto ingenuamente sperato.
Tornato in Italia, nella nativa Lombardia, nel 1896, riprese a girovagare ovunque si allestisse un suo dramma o si stampasse un suo romanzo, spostandosi da Mantova a Roma, da Milano a Torino, da Genova a Palermo, da Venezia a Livorno, instancabilmente, sebbene fosse già ammalato di cancro e consunto nel corpo e nello spirito.
Soleva portare sempre in capo un cappellone a larghe tese, continuava a coprirsi sempre le mani con i guanti (anche d’estate), e spesso se ne andava in giro con una civetta appollaiata sulla spalla o con un lungo girasole in mano, quasi a voler esibire il suo distacco e la sua differenza dai ceti borghesi ipocriti e perbenisti, che si scandalizzavano per i suoi drammoni cupi, tenebrosi, pieni di delitti efferati, amori sensuali infelici e tragici, apparizioni spettrali e demoniache, vicende storiche cariche di crudeltà inumane.
Visse gli ultimi anni di vita a San Benedetto Po, in estrema povertà, accontentandosi di raggranellare pochi spiccioli dalla vendita dei suoi numerosi libri e dalle rappresentazioni teatrali dei suoi drammi, finché morì, nel 1899, divorato dal cancro e stremato dalla miseria.
A causa delle vicende cupe e tragiche dei suoi drammi e dei suoi romanzi, spesso popolati di vampiri, streghe, diavoli, spettri, e feroci assassini di ogni risma, gli venne appioppato, come racconta Edmondo De Amicis in una sua cronaca dell’epoca, il nomignolo di Ulisse il Sanguinario, ma sanguinario Barbieri non lo era davvero.
Fu semplicemente uno scrittore fantasioso e stravagante, che si lasciava facilmente suggestionare dai delitti efferati della cronaca nera, dalle leggende tenebrose della tarda età romantica e dai periodi più foschi e sanguinosi della recente storia europea.
I personaggi delle sue opere drammatiche e narrative sono i tiranni tormentati dai rimorsi per le nefandezze compiute, gli assassini disperati che uccidono senza mai riuscire a placare il loro furore, i demoni cacciati dal cielo e condannati a vagare come dannati sulla terra, i rivoluzionari costretti a spargere fiumi di sangue per affermare i loro sublimi ideali di libertà e di giustizia sociale, le streghe e i negromanti dediti alle più tenebrose e spaventevoli arti dell’occulto, le giovani innamorate vittime di amori tragici e contrastati, i religiosi che in preda al fanatismo più intollerante si trasformano in crudeli mostri assetati di sangue.
Nelle liriche, in particolare in quelle della raccolta intitolata Ribellione, stampata a Lugo, in Romagna, nel 1887, troviamo invece un poeta libertario e antimperialista che si batte strenuamente contro la politica coloniale delle potenze dell’epoca (Francia, Inghilterra, Germania, Italia) e che invita i popoli indigeni del Corno d’Africa, del Vicino Oriente e dell’Indocina, ad insorgere contro le prepotenze degli invasori bianchi e dei colonialisti europei che, proprio in quegli anni, iniziavano ad essere condannati anche nelle pagine dei romanzi avventurosi di Salgàri.
Celebre è il suo inno dedicato ai ribelli dervisci del Sudan seguaci del Mahdi (che si batterono contro i colonialisti britannici), famosi sono gli epigrammi che scrisse contro la politica coloniale del governo italiano in Abissinia, e altrettanto degni di nota sono i versi che compose in favore dei ribelli del Tonchino e della Cocincina in lotta contro le brutali truppe coloniali francesi e degli Zulù in guerra contro i Boeri e i Britannici nelle vaste contrade selvagge del Sudafrica.
Versi audaci, virulenti, fradici di vis polemica e di odio verso ogni sfruttamento, ogni oppressione, ogni imperialismo ed ogni tirannia, ma, in particolare, quelle imposte dal colonialismo europeo, come si nota chiaramente da questa strofa dell’inno per la ribellione del Mahdi, intitolato Pel Sudan:
La nostra Civiltà… è l’adulterio
che non ammette le revolverate:
la nostra Civiltà son le manette
che ai polsi dei ribelli,
ribelli come voi, sono serrate;
è il trionfo vigliacco degli imbelli
che vincon ricevendo scudisciate…
La nostra Civiltà… son le galere,
le galere che ancora non avete…
La nostra Civiltà se nol’ sapete
È tal che… guai a voi!... se la provate.
Meglio le vostre tende… ed il deserto…
Vasto ed interminato…
Alle officine ove il sudor che gronda
da fronte d’operai… non è pagato!!!
Barbieri fu dunque un fantasioso e geniale scrittore, e le sue opere dovrebbero essere oggi assolutamente rivalutate e ripubblicate. Per ora, soltanto la piccola casa editrice Nomade Psichico, di San Niccolò Po (Mantova), ha pubblicato alcune opere barbieriane: I briganti greci, Il Palazzo del Diavolo, Il delitto legale, Che fanno al mondo (poesie varie).
Una impresa editoriale indubbiamente meritevole, ma ci pare ancora troppo poco per un grande scrittore quale fu Ulisse Barbieri, così estremamente attuale, capace di evocare mondi paralleli, di trascinare il lettore ora in atmosfere da incubo, ora in paesi in cui si lotta e si muore per nobili ideali di libertà e di indipendenza.
Ecco perché non lo si può lasciare nell’oblìo. Ulisse Barbieri è il letterato ribelle ad ogni giogo conformista, ad ogni compromesso morale, ad ogni imposizione politica o religiosa, e di questo genere di ribellione, al giorno d’oggi, la nostra consumistica società postmoderna, ha veramente tanto bisogno.
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