di Alessandro Bongarzone
Prima gli elogi e poi l’accordo . Ieri, a Tokio, il presidente Usa si era “sperticato†in elogi al governo di Pechino. Prigioniero del suo “debito pubblico†- garantito per oltre il 49 per cento dalle banche centrali asiatiche - Obama fa buon viso a cattiva sorte e chiude, con la Cina, un accordo (al ribasso) sul clima. Il vertice di Copenaghen, il mese prossimo, a questo punto è poco più che una passerella di buoni propositi. Con buona pace di Rasmussen
ROMA - “Una Cina forte e prospera è un vantaggio per tutti: gli Stati Uniti non intendono contenere il successo di Pechino ma piuttosto perseguire una “cooperazione pragmatica†con la Cina sui temi di reciproco interesseâ€.
Il Primo presidente “Usa del Pacificoâ€
Infatti, accreditandosi come il primo presidente “Usa del Pacificoâ€, Obama ha spiegato come sia importante - per il progresso di tutta la regione - coltivare sfere “di cooperazione anziché sfere di influenza†ed è per questo motivo che “è importante perseguire una cooperazione pragmatica con la Cina sui temi di reciproco interesse: nessuna nazione può risolvere da sola le grandi sfide del XXI secoloâ€, anche se, subito dopo come “excusatio non petita†si è affrettato a dichiarare che “una relazione più profonda con la Cina non significa un indebolimento delle nostre alleanze bilateraliâ€.
Una scusa, appunto, smascherata poche ore dopo, quando in serata - appena arrivato a Singapore - dove è in svolgimento il vertice dei Paesi dell’APEC (Cooperazione Economica Asia Pacifico) - è arrivato l’annuncio dell’accordo (al ribasso), proprio con la Cina, sull’atteggiamento da tenere al prossimo vertice di Copenaghen: nessuna riduzione delle emissioni di CO2 e declassamento del vertice a “punto di partenza†e non, come credeva il presidente di turno dell’UE, Lars Rasmussen, come “punto di arrivo†per l’obiettivo di riduzione del 50 per cento delle emissioni entro il 2050.
Uno schiaffo alla vecchia Europa
Uno schiaffo alla vecchia Europa, quindi, aggravato ancor più dalla “convocazione†d’urgenza del leader danese per una “colazione di lavoro†durante la quale, brutalmente, ha ricevuto la comunicazione ufficiale. Certo, il bon ton a lor signori non manca ma il risultato della comunicazione è inequivocabile: “C’è stata la constatazione da parte dei leader - ha detto Michael Froman - esperto di economia internazionale al National Security Council e consigliere al seguito del presidente USA - che è irrealistico attendersi un accordo entro 22 giorni. Lo stato dei negoziati ha portato a escludere, quindi, la possibilità di un’intesa in tempi così ravvicinati. Ma è importante - ha concluso Froman - che la conferenza di Copenaghen si tenga, sarà comunque un passo avantiâ€.
Insomma, stretto nella morsa del suo debito pubblico - che nel 2008 era pari a 25.400 miliardi di dollari (cresciuto di oltre il 100 per cento rispetto all’anno precedente) - finanziato per oltre il 49 per cento dalle economie asiatiche e per ben 800 miliardi di dollari dalla sola Cina, il presidente statunitense si decide e, in corsa, cambia cavallo cedendo al ricatto di Pechino la cui posizione sul “clima†e più che nota.
Confronto sulle quote pro capite di CO2 Â
Secondo il governo cinese i mass media occidentali dimenticano che la Cina ha 1,3 miliardi di abitanti, mentre l’emittente numero due, gli Stati Uniti, ne hanno solo 300 milioni. Quello di cui bisognerebbe tenere conto, quindi, non è solo la quantità complessiva di CO2 emessa da un paese, ma anche la quantità pro capite. Da questo punto di vista, ogni cinese emette annualmente solo 4,6 tonnellate di CO2, mentre ogni statunitense ne emette ben 20.
Insomma, la Cina - che secondo questo ragionamento - non arriverebbe d emettere pro capite neanche le 10 tonnellate di CO2 che ogni italiano emette annualmente - non accetta che l’occidente, in nome della tutela del clima, proibisca ai cinesi di comprare un’automobile che lì rappresenta ancora uno status symbol.
La scelta di Obama, quindi, nel riconoscere valenza al ragionamento di Pechino si inchina alla “ragion di Stato†e alle nuove “emissioni†(fino a 2.000 miliardi di dollari aggiuntivi) necessarie per finanziare i salvataggi bancari e le manovre di spesa pubblica (sanità ) che, senza i soldi di Pechino, sarebbero - altresì - irrealizzabili e “scoperteâ€.
Chiaro, questo punto, anche il disaccordo (puramente di facciata) tra i due colossi dell’economia mondiale (uno che produce merci a basso costo, l’altro che le compra con i soldi del primo) sul testo del comunicato finale del vertice APEC con la Cina che accusa gli Usa di protezionismo e Washington che risponde chiedendo a Pechino un tasso di cambio dello yuan più rispondente alla situazione del mercato. Da una parte ci sarebbe il tentativo di continuare a tenere “sotto scacco†l’economia americana che, a sua volta, tenterebbe di risollevarsi recuperando quote di produzione che, un apprezzamento repentino dello yuan (oltre il 26 per cento dal 2005), libererebbe a tutto danno degli esportatori cinesi.
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