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Home Italia Manifestazioni Cgil, la piazza gremita. I racconti, la solitudine, la rabbia di chi perde i propri sogni

Cgil, la piazza gremita. I racconti, la solitudine, la rabbia di chi perde i propri sogni

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Testo e immagini di Fulvio Lo Cicero

Centomila lavoratori, migliaia di bandiere. La crisi nelle storie dei lavoratori e la delusione per il disinteresse di questo Governo

ROMA – Imprenditori inquisiti, che poi vengono sbattuti in galera per spericolate operazioni finanziarie, aziende smembrate e cedute, poi rivendute di nuovo. Bilanci truccati, con finti deficit per ottenere una liquidazione e sussidi dallo Stato, sotto forma di cassa integrazione. I lavoratori di piazza del Popolo oggi raccontano storie al limite, vicende di ordinario capitalismo italiano. Imprese che perdono importanti commesse pubbliche soltanto perché non sono in regola con il pagamento dei contributi ai dipendenti.

Come Alessandra Carnicella, che ha parlato a nome dei lavoratori della “Agile-Euteliaâ€, un’azienda che va benissimo, o meglio, andava benissimo e senza problemi di liquidità ma i cui proprietari, la famiglia Landi, vuole dismettere nel ramo informatico mettendo così sulla strada migliaia di lavoratori.

Sono racconti che oramai conosciamo bene e che vengono portati sulla pubblica piazza dal maggior sindacato italiano perché tutti conoscano effettivamente i risvolti della crisi economica, quella crisi che l’attuale destra disconosce, inventandosi “uscite dal tunnel†e “riprese†che non esistono. Storie di sogni infranti, come quelli raccontati dal palco da Stefania Capuano, della “Sestriâ€, sempre un’azienda del ramo telecomunicazioni (ex Ibm). «Ero orgogliosa di essere entrata nel mercato del lavoro – dice Stefania – perché avevo trovato un’occupazione in età giovanile. I miei sogni erano racchiusi proprio nel lavoro, come fattore di emancipazione e di crescita individuale». Poi la disillusione; l’azienda passa di mano, come un sacco di patate ed inizia l’incubo. La maggior parte di queste maestranze sono di lunga esperienza, con una professionalità sviluppata, un patrimonio per qualsiasi azienda ma non per quelle del capitalismo italiano e di molte famiglie proprietarie che, secondo i racconti raccolti nella piazza, preferiscono investire all’estero e sfruttare i condoni e gli scudi di Tremonti.

Il corteo è lunghissimo; si snoda dall’alto di piazza del Popolo e scende in fretta per non perdersi le parole di Guglielmo Epifani, il leader della Cgil, che potrebbe passare la mano al prossimo congresso. Bandiere del sindacato che si fondono con quelle dell’Idv e degli altri partiti della sinistra (assenti quelle del Partito democratico). La piazza si riempie prestissimo ma le notizie sono che ancora ci sono migliaia di persone in arrivo. 70-100 mila, secondo gli organizzatori.

«Vivevamo in un ghetto – racconta Anim Al Dem Anim, un giovane marocchino laureato in lettere, che prende la parola in rappresentanza di centinaia di suoi connazionali lavoratori agricoli – a San Nicola Varco, nella Piana del Sele. Venuti in Italia per lavorare la terra. Un giorno sono arrivate le forze dell’ordine e ci hanno sgombrato. Il lavoro, quello che gli italiani non vogliono più fare, era finito e non c’era più bisogno di noi. Ora molti miei connazionali vivono come possono, dormono nelle serre o sotto tettoie di fortuna».

Italiani brava gente? Non si direbbe, ad ascoltare queste storie. «Il fatto è che molte aziende stanno approfittando della crisi per dismettere determinati rami, che non rispondono alle loro aspettative di profitto» afferma Michele, un lavoratore di un’impresa del ramo informatico, con tanto di laurea. «In Italia nemmeno si sa cosa possa mai essere la “responsabilità sociale dell’impresaâ€, quella che dovrebbe legare qualsiasi attività economica alla sua rilevanza sociale» continua sconsolato ed aggiunge: «Se migliaia di famiglie rimangono senza stipendio, cosa può mai interessare ad un ceto imprenditoriale come quello che vota per questa destra?».

Una donna chiede a Epifani, appena arrivato in nella piazza: «Ma quand’è che mandiamo a casa questo governo, Guglielmo?». Epifani sorride e si stringe nelle spalle. Poi raggiunge il palco.

Il buio cala oramai incipiente sulla grande piazza e ancora non si vede la coda del corteo. Un gruppo di giovanissimi africani si arrampica sul muro di cinta e mostra uno striscione. Poi si mettono a saltare, ridendo. Qualcuno scarta l’ultimo panino rimastogli e lo addenta. Sta per parlare Epifani e il silenzio cala su una Roma distratta dal sabato sera. «Questa manifestazione l'abbiamo voluta per dire al Paese che il mondo del lavoro non è rassegnato, non è sfiduciato. Ma soprattutto per dire che non ha paura e cerca di non farsi dividere. Il mondo del lavoro è ancora in piedi» esordisce il leader della Cgil.

Domani non è un altro giorno qualsiasi, ma un altro giorno di crisi per centinaia di migliaia di persone, che non vogliono rimanere prigioniere della loro solitudine.


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