di Alessandro Bongarzone
A meno di 12 ore dalla bagarre in Aula, governo e opposizione - all’unanimità - votano e approvano il comma 1 (riformulato) del decreto Gelmini sulla scuola. Nella notte un accordo supera i “malintesi” e sblocca la situazione
Roma - Passata la bagarre a cui, ieri sera, aveva assistito incredulo anche il re Abd Allah II di Giordania, ospite del presidente della Camera, maggioranza e opposizione - durante la notte - hanno trovato un accordo che costringendo, di fatto, il governo ad una marcia indietro, sblocca il decreto “salva precari” della scuola e scongiura l’ennesimo ricorso alla “fiducia”.
Infatti, questa mattina, dopo due interruzioni della seduta per consentire alla commissione bilancio di fare i conti, l’Aula di Montecitorio ha approvato un emendamento al comma 1 - proposto dalla relatrice a nome della Commissione - che modificando l’impostazione della ministra dell’istruzione e del suo “ispiratore” (Tremonti), consente che i contratti a tempo determinato stipulati per il conferimento delle supplenze “si possono trasformare in rapporti di lavoro a tempo indeterminato solo nel caso di immissione in ruolo, ai sensi delle disposizioni vigenti e delle graduatorie” previste dalla legge 296 del 2006 e dalle sue successive modificazioni.
In pratica, la riformulazione del testo - bocciato ieri sera con due soli voti di scarto - prevede che gli scatti stipendiali dei precari siano salvi, così come la possibilità che i contratti a tempo determinato possano, appunto, valere per i contratti a tempo indeterminato in base alle norme vigenti, dunque attraverso l'assunzione in base alla graduatorie.
Il dietro front della ministra
Un dietro front, vero e proprio, fatto dalla ministra che, inizialmente, aveva previsto - invece -l’assoluta impossibilità di far valere il precariato sia come carta per l’assunzione in ruolo sia per la “la maturazione di anzianità utile ai fini retributivi”.
Una vittoria dell’opposizione parlamentare che, però, lascia alcuni dubbi circa l’approvazione finale del decreto che prevede, tra l’altro, una norma che dovrebbe tacitare il TAR del Lazio e scongiurare l’insediamento del commissario ad acta alla scadenza dei 30 giorni concessi dal magistrato amministrativo come termine ultimo per mettere ordine nelle graduatorie delle supplenze.
Resta il nodo dell’inserimento “a pettine” dei precari provenienti da altre province visto che il testo originario del decreto Gelmini prevedeva - in barba alle ordinanze del Tribunale Amministrativo - di lasciare tutto invariato per 2009 e 2010 per arrivare, infine, alla graduatoria unica nazionale, soltanto nel 2011.
Un vero smacco alla legge e alla giustizia oltre che, ovviamente, ai diritti dei singoli (sono più di 10 mila i precari che hanno presentato ricorso), che produrrebbe danni ancora più gravi della miriade di leggi “ad personam” prodotte da questo governo.
Cronaca di una convulsa giornata
All’accordo di questa mattina, comunque, si è arrivati dopo la convulsa giornata di ieri che si è trasformata, ad opera del presidente di turno dell’Assemblea, Maurizio Lupi (Fini era occupato con il re di Giordania), in una mattanza dei regolamenti, delle norme parlamentari e di qualsiasi regola democratica.
Il pomo della discordia è stato il comma 1 che, prima dell’accordo di oggi, prevedeva che i contratti per le supplenze “non possono in alcun caso trasformarsi in rapporti di lavoro a tempo indeterminato e l’immissione in ruolo”.
L’opposizione è compatta in Aula e aveva chiesto l’abolizione del comma in questione. Tutto procede in modo tranquillo - con l’opposizione che già pregusta l’affondamento del decreto Gelmini stante che, malgrado nell’emiciclo di Montecitorio siano presenti e votanti cinque ministri ed altrettanti sottosegretari, i banchi della maggioranza sono sguarniti (il PdL ha 20 assenti, la Lega
Al momento del voto, però, il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi del Pdl, a votazione “aperta” (il voto elettronico è già stato “chiamato” e il “tabellone” è acceso), concede la parola sull’ordine del giorno al deputato Massimiliano Fedriga della Lega.
E’ a quel punto che il capogruppo del PD, Antonello Soro, si scaglia verso il banco della presidenza urlando: “Non può parlare, c’è la votazione. Questo è un tentativo per permettere a qualche deputato di centro destra di rientrare in Aula a votare”.
In Aula, adesso, succede di tutto: la Gelmini fa “gestacci” a Fassino; i deputati del PD sono tutti in piedi e urlano così come, anche Massimo Polledri, deputato della Lega che, perdippiù, scavalcando il suo banco, tenta di buttarsi su Soro ma, per fortuna, i commessi son più rapidi e lo bloccano.
Nel parapiglia generale, la presidenza (ri)apre la votazione, ma nel frattempo la deputata leghista Carolina Lussana, (sposa felice del deputato Giuseppe Galati, avvocato calabrese transfuga dall’UdC al PdL), riesce a raggiungere il suo scanno e votare consentendo, così, di bocciare l’emendamento con 271 no contro 269 sì.
Solo l’intervento del presidente Fini, rientrato in Aula accompagnato dal re di Giordania, pur con estremo imbarazzo, riesce a riportare la calma e a richiamare l’Assemblea a “trovare un momento accordo”. Applauso!
A sera la presidenza annuncia che l’esame del decreto riprenderà in mattinata. Alle 13, l’accordo - trovato nella notte - si estrinseca nel voto unanime di Montecitorio.
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scritto da maurizio , ottobre 21, 2009
























