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di Fulvio Lo Cicero
Quarantuno anni fa, nella notte fra il 20 e il 21 agosto, le truppe del Patto di Varsavia, occupano la Cecoslovacchia. Finisce così il tentativo più intelligente di riformare dall’interno il sistema comunista. Nove mesi dopo, Breznev imporrà il fido Husak e Dubcek scomparirà dalla scena politica.
L’immagine dei praghesi attoniti di fronte ai tank sovietici le abbiamo scolpite nella memoria perché un grandissimo fotografo, Joseph Koudelka, quel giorno decise che le sua macchine fotografiche non avrebbero potuto rimanere in silenzio.
E così le prese e girò per la capitale per alcuni giorni, scattando decine di rullini. Vi si vede una folla di giovani e meno giovani che “invadono†strade e piazze, salgono sui cingolati, parlano con i silenziosi soldati dell’armata rossa. Alcune donne piangono. Koudelka è un fotografo eccezionale; dal suo bianco e nero emerge la protesta allo stato puro, come nessuno è mai riuscito a disegnare sul nitrato d’argento. Mentre, nello stesso anno, a Parigi scoppia la rivolta studentesca contro il sistema capitalistico, a Praga viene imposta con la forza la prassi della “sovranità limitata†degli “Stati fratelliâ€.
Il contesto storico
La notizia dell’invasione russa scoppia come una deflagrazione in tutto il mondo. Dopo i fatti di Ungheria del 1957, la rivolta antisovietica repressa nel sangue dai soldati russi, si ripete il dramma dei Paesi oltre la “cortina di ferroâ€, legati a Mosca dopo che alla Conferenza di Yalta (febbraio 1945), che era stata preceduta da quella di Teheran (novembre-dicembre 1943), aveva stabilito una sorta di spartizione europea per i due principali Paesi che combattevano uniti contro i nazisti, gli Usa e l’Urss. In realtà , nei protocolli approvati in Crimea non si concordò una vera e propria divisione a tavolino dell’Europa fra le grandi potenze. Per quanto concerneva i Paesi dell’Est, fra cui una realtà in parte artificiosa, creata subito dopo la dissoluzione dell’impero austro-ungarico dopo la fine della I guerra mondiale, cioè la Cecoslovacchia, che erano stati liberati dal giogo nazista dalle truppe sovietiche in rapida avanzata verso Berlino, Stalin anzi si impegnò a promuovere libere elezioni, cui avrebbero partecipato tutti i partiti nel frattempo sviluppatisi. Ma il disegno del dittatore georgiano non era questo: fra 1947 e 1948, egli finanziò e promosse i partiti comunisti in Ungheria, Cecoslovacchia, Romania, Bulgaria, Albania (dove ben presto all’influenza russa si sostituì quella maoista). Lo scopo dei partiti comunisti “fratelli†era quello di conquistare il potere vincendo più o meno “libere†elezioni ed insediarsi,
sotto la protezione sovietica, alla guida del Paese, cosa che avvenne rapidamente.
In quel biennio cruciale per l’Europa, dunque, dopo che lo stesso Winston Churchill, nel famoso discorso di Fulton (marzo 1946), aveva pronunciato un discorso apertamente bellicista nei confronti dell’Urss, nacque e maturò la contrapposizione fra i due blocchi, che sarebbe terminata soltanto con la dissoluzione dell’Unione sovietica (1990-91). Stalin giudicò il discorso di Fulton come una sorta di dichiarazione di guerra: “Di fatto il sig. Churchill e i suoi amici in Inghilterra e negli Stati Uniti d'America presentano alle nazioni che non parlano la lingua inglese una specie di ultimatum; riconoscete volontariamente il nostro dominio, e tutto andrà bene; in caso contrario, la guerra sarà inevitabile†dichiarò in un’intervista alla “Pravda†del 13 marzo 1946.
La “primavera Pragaâ€
Il paradigma politico dei Paesi oltre la cortina di ferro – che gli Usa accettarono in cambio di una pace armata con il colosso moscovita – era dunque rappresentato dalla presenza di un forte partito comunista e da un governo che esprimeva la conformazione socialista del Paese, sul modello sovietico. A suggellare l’amicizia fra i Paesi dell’Est e l’Urss si aggiunse, poi, nel maggio del 1955, l’istituzione del Patto di Varsavia, l’alleanza militare fra Urss e Paesi fratelli in risposta alla creazione della Nato nel 1949.
In Cecoslovacchia, a partire dall’inizio degli anni Sessanta, si era venuto sviluppando un interessante processo riformatore, stimolato anche dall’insoddisfazione degli slovacchi, che chiedevano una maggiore autonomia rispetto ai cechi, a cui di fatto erano attribuite la maggior parte degli incarichi politici e di governo. Il segretario generale del Ksc (il partito cecoslovacco), nonché Capo dello Stato Antonin Novotny, fu rapidamente
logorato dal conflitto latente e dalle spinte verso la modernizzazione che emergevano e fu costretto prima alle dimissioni dalla carica nel partito (5 gennaio 1968) e poi si dimise da Capo dello Stato (22 marzo 1968). L’uomo nuovo che stava emergendo in quelle ore, diventando il nuovo segretario del partito comunista, rispondeva al nome di Aleksander Dubcek ed incarnava quello che si tradusse, sui media, come la “primavera di Pragaâ€.
In effetti, attorno a Dubcek si saldarono numerose esigenze politiche, che potevano riassumersi nella volontà di fondare un “socialismo dal volto umanoâ€, che accogliesse un minimo di pluralismo sindacale e di partitismo e un allentamento dello strapotere dello stesso partito comunista sulla società . Il responsabile dell’Unione degli scrittori, Goldstuek, riteneva che si dovesse introdurre nel Paese un “socialismo umanitario che, pur riconoscendo il ruolo guida del partito, sia in grado di assicurare tutte le libertà sancite nella Carta dei diritti dell'uomoâ€.
Il 30 aprile un vecchio generale, Ludvik Svoboda, viene eletto alla massima carica dello Stato. “Svoboda†in ceco significa “libertà †e a nessuno sfugge la potente carica simbolica di quell’elezione.
L’invasione sovietica
Dubcek è uno dei più preparati e intelligenti uomini politici cechi e sa che la “primavera di Praga†può essere fatale al Paese. Per questo motivo, si sforza in ogni modo di rassicurare la dirigenza moscovita che nel Paese non è in atto alcuna “controrivoluzioneâ€. Al contrario, lo scopo specifico che la nuova dirigenza del partito persegue è quella di rimanere saldamente ancorati ai Paesi fratelli, sperimentando nuove forme di conduzione politica e, soprattutto, economica. I russi, sulle prime, nicchiano, non vogliono offrire di nuovo al mondo, dopo l’esperienza ungherese, la loro faccia feroce.
Poi, finisce per rafforzarsi la posizione di Leonìd Il'Ã¬Ä Brèžnev, capo del partito comunista sovietico che, l’anno successivo, consoliderà il suo immenso e corrotto potere, durato ininterrottamente fino alla sua morte, avvenuta nel 1982. Brèžnev, nella riunione del Comecon (l’Organizzazione per la cooperazione
economica fra i Paesi comunisti) del 3 agosto, impone la sua visione sulla vicenda cecoslovacca agli Stati membri che, con l’eccezione della Romania di Causescu, si dicono d’accordo. Nel Paese, afferma il capo del Cremlino, si sta imponendo velocemente la controrivoluzione, fomentata da forze occidentali e dai servizi segreti americani. È necessario agire immediatamente.
Con un comunicato di dieci righe, la Tass, l’agenzia di informazioni sovietica, la mattina del 21 agosto spiegò che l’intervento delle truppe di Varsavia si era reso necessario perché richiesto dallo stesso “partito comunista fratello†di Praga, per stroncare sul nascere la controrivoluzione.
Il pericolo ora era quello di fare di Praga un’altra Budapest ma, in effetti, ciò non avvenne. Il fatto è che il tentativo riformistico dubcekiano si collocava in un Paese dove slovacchi e tedeschi (l’altra forte minoranza) erano sostanzialmente lontani da una reale partecipazione al progetto riformatore. Al contrario, Vasil Bilak, l’allora segretario de
l partito slovacco, secondo una versione smentita da lui stesso in un’intervista del 2002, chiese espressamente, con una lettera, l’intervento dei russi, invitandoli ad “impiegare tutti i mezzi disponibili per stroncare il pericolo della controrivoluzioneâ€. La lettera con la firma autografa di Bilak fu consegnata dal Presidente russo Boris Eltsin, nel 1992, al Capo di Stato ceco, lo scrittore Vaclav Havel. Secondo François Fejtö, il massimo storico delle “democrazie popolariâ€, “Bilak è rimasto fedele sino all' ultimo alle sue idee, allo stalinismo, al patriottismo di cieca obbedienza a Mosca. Non nascondeva la sua opposizione alle riforme, non credeva nel socialismo dal volto umano di Dubcek. Firmando la richiesta di assistenza indirizzata ai sovietici era perfettamente consapevole di andare contro il proprio paese e che avrebbe tratto dei vantaggi personaliâ€.
D’altronde, a sconfessare le smentite di Bilak, furono le dichiarazioni di Piotr Shelest, potente segretario del Pc ucraino e membro del Politburo sovietico, il quale ha raccontato con dovizia di particolari i suoi incontri con il responsabile del partito slovacco, ai primi di agosto del 1968, durante i quali fu messo al corrente del tentativo di “controrivoluzione†e della necessità dell’intervento armato sovietico.
Nel 1969 la “primavera di Praga†fu ufficialmente abolita con la defenestrazione di Dubcek e la nomina del nuovo “uomo forteâ€, Gustav Husak. Dubcek fu espulso dal partito e si ritirò in Slovacchia dove lavorò come manovale. Riabilitato dalla nuova Repubblica ceca, fu nominato Presidente del Parlamento federale. Si rifiutò di firmare una legge che avrebbe epurato tutto i membri del partito comunista, per timore delle vendette che quelle norme avrebbero potuto provocare. Morì nel novembre del 1992 per i postumi di un misterioso e mai chiarito incidente stradale.
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