ROMA - Era detenuta da una settimana al Centro di indentificazione ed espulsione di Ponte Galeria a Roma e domani avrebbe dovuto essere rimpatriata la tunisina che la scorsa notte si è tolta la vita, impiccandosi nel bagno. Si chiamava Nabruka Mimuni aveva 49 anni e lascia un marito e un figlio. La donna era in Italia da oltre vent'anni e solo due settimane fa era stata arrestata e condotta al CIE di Ponte Galeria alla periferia di Roma, mentre era in coda in Questura per rinnovare il permesso di soggiorno.
Una storia tragica che si abbatte ancora una volta su una persona che in Italia ha creduto fino all'ultimo di trovare un mondo migliore. Invece, Nabruka non ce l'ha fatta e questa notte non è stata capace di sostenere questo destino crudele che l'avrebbe riportata tra le miserie del suo paese d'origine da dove era fuggita anni fa.
Pare che dopo la scoperta i reclusi e le recluse del Cpt abbiano iniziato lo sciopero della fame per protestare contro la morte di Nabruka e contro le condizioni disumane alle quali sono sottoposti durante il periodo di detenzione. “Le condizioni esistenti all’interno dei Centri di identificazione ed espulsione sono incompatibili con i diritti umani", ha detto Luisa Laurelli, presidente della commissione Sicurezza e Legalità della Regione Lazio."Il suicido della ragazza tunisina conferma questa realtà che ho visto con i miei stessi occhi durante la visita al Cie di Ponte Galeria di qualche mese fa. Se poi le nuove norme contenute nel pacchetto sicurezza - conclude Laurelli – aumenteranno i tempi di permanenza da 2 a 6 mesi all’interno dei centri, la vita dei migranti sarà ancora più a rischio. Le politiche del governo nei confronti degli immigrati si caratterizzano per essere sempre più discriminanti e razziste, indegne di un paese civile”.
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