di Ferdinando Pelliccia
Aveva solo tredici anni la bambina afgana uccisa ieri per errore dal fuoco dei militari italiani in Afghanistan. Il drammatico episodio è avvenuto ad Herat, ed ha richiamato, in Italia, l'attenzione della politica sulla presenza militare italiana in Afghanistan risvegliando di fatto tutte le polemiche che sembravano scomparse ma in verità erano solo sopite.
Il clima di sgomento che regna all'interno e all'esterno della base italiana, all'indomani del tragico evento è indescrivibile eppure è accaduto! Nessuno avrebbe mai pensato che l'immagine dei militari italiani all'estero, dipinta con un rosa perenne, si potesse macchiare di rosso, quello del sangue di una giovane bambina che come unica colpa aveva solo quello di essere nata in un Paese dove ha conosciuto solo guerra e morte. Sono in corso indagini sull'incidente ma fin dall'inizio ci si è resi conto di tante anomalie e forse non è stata detta tutta la verità. La Toyota Corolla oltre ad essere il veicolo più diffuso nelle regioni mediorientali e asiatiche è anche una delle auto maggiormente segnalate come preferite dai terroristi per attentati. In questo periodo l'Afghanistan è scosso da una forte ondata di violenze ed i militari, indipendentemente se essi siano italiani o di altra nazionalità, sono sotto pressione. In zona di guerra ogni militare vive una propria condizione e si rapporta con quello che lo circonda in maniera umana. Non è infatti, possibile quello che invece ieri il generale Bertolini si è affrettato a far osservare dopo l'episodio che ha visto coinvolti i militari italiani. L'alto ufficiale ha affermato che i soldati italiani ogni giorno rischiano la pelle ma che restano sempre 'freddi' anche in situazioni di tensione. La tensione questa è il vero nemico difficile da combattere perché si finisce per credere che sia meglio sparare per primo e poi chiedere!
Le foto diffuse dalle agenzie, suscitano molti dubbi. Mostrano il sedile posteriore della Corolla, macchiati di sangue, ma soprattutto, mostrano il lunotto posteriore dell'auto infranto ed un foro sul montante del portellone posteriore come se la raffica fosse stata esplosa quando la macchina transitava accanto al blindato e poi lo superava. I militari hanno affermato di aver fatto fuoco sul cofano del veicolo quando questa era di fronte a loro. Però il parabrezza anteriore dell'auto, per quanto è possibile vedere dalle immagini, sembra intero. Pertanto potrebbe essere stato anche che complice il clima, pioveva a dirotto con visibilità zero, sia quello legato alla stato di guerra che qualcuno abbia pensato di trovarsi di fronte ad un ipotetico attentatore, che avrebbe potuto colpirlo. Le tre inchieste in corso sull'accaduto, una da parte di Isaf, la seconda della Procura di Roma e l'ultima da parte della polizia afgana, dovrano fare luce su tutto. Per ora è confermato che l'incidente è avvenuto in un momento di forte pioggia e scarsa visibilità. Ovviamente entrambi le parti non vedevano nulla, solo sagome e luci come ha affermato di aver visto l'uomo che era alla guida della Toyota colpita. Purtroppo il tragico episodio accaduto ieri in Afghanistan ripropone quello accaduto il 4 marzo del 2005. Quando, sulla strada per l'aeroporto di Bagdad, ad un 'check point' americano una raffica di mitra partita da un autoblindo Usa colpì un auto, sempre Toyota Corolla, su cui viaggiavano Nicola Calipari e la giornalista Giuliana Sgrena, uccidendo il funzionario dei Servizi segreti italiani che sedeva, anche lui come la piccola afghana, sul sedile posteriore.
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