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Editoriale di Alessandro Cardulli
In un paese normale, la partecipazione del capo del governo alle manifestazioni del 25 Aprile sarebbe un fatto normale. In Italia no. Lui, Berlusconi, se non andiamo errati, solo una volta si è degnato di farsi vedere ad una celebrazione di questa data che segna il ritorno del nostro Paese alla libertà dal nazismo e dal fascismo, con il contributo essenziale dei partigiani, delle donne e degli uomini che dettero vita alla Resistenza.
E’ il 2005 quando, dopo aver snobbato i precedenti inviti del Capo dello Stato, si decide e va al Quirinale. Aveva appena ricevuto il reincarico per formare il governo, si annoda al collo una cravatta rossa e va da Ciampi. Per la verità , si ricorda anche un altro episodio. Nel 2001 celebra il “suo 25 aprile†al Teatro Carignano di Torino, dove parla del padre antifascista, di mamma Rosa antinazista e ringrazia perfino l’Unione Sovietica, davanti a uno sbalordito Violante. Ricorda Repubblica che Pietro Folena, allora dirigente autorevole dei Ds, definì Berlusconi “premier partigianoâ€. Ed ecco che “ il partigiano Silvio†si fa di nuovo vivo. Non per rinverdire il ricordo di quel discorso da lui fatto al Carignano, ma per non lasciare la festa di Liberazione nelle mani della sinistra. Questo passaggio è essenziale per capire la “strategia†berlusconiana. Per anni il premier non ha mai fatto sapere che questo 25 Aprile era una cosa dei comunisti, dei rossi. Ha sempre disertato le manifestazioni ufficiali, per tenersi le mani libere e presentarsi come il salvatore della patria, minacciata dalle orde rosse. Lui con l’antifascismo, la lotta di Resistenza, le sofferenze di uomini e donne che hanno pagato un prezzo altissimo al fascismo con il carcere, le purghe, l’olio di ricino da ingurgitare a forza, con le armi imbracciate per cacciare nazisti e fascisti da ragazzi giovanissimi, le staffette partigiane, l’appoggio dato alle truppe angloamericane, non ha niente a che vedere. Forse il suo immaginario non riesce proprio a spingersi su terreni che gli sono estranei. Ora, dopo le ultime elezioni, il fantasma dei comunisti, dei sovietici con la stella rossa, non regge più. Ha una maggioranza come nessun altro leader europeo può vantare. Deve “ impadronirsi†di questa giornata. Appunto non può lasciarla alla sinistra. Ha delle cose da dire, fa sapere. L’occasione gliela offre su un vassoio d’argento proprio il leader del Pd, Dario Franceschini, che, senza dubbio a fin di bene, o perlomeno si spera, lo sfida a partecipare alle celebrazioni ufficiali della Liberazione, quella che si svolge a Milano in primo luogo, promossa da tutte le associazioni partigiane. Berlusconi prende tempo. Raccoglie la sfida, quasi si giocasse una partita di calcio. Del suo vocabolario non fanno parte parole come Antifascismo, Resistenza, Costituzione, che sono i valori fondanti della nostra democrazia. In questa chiave, è certo che non può andare a Milano. C’è il rischio dei fischi della folla e soprattutto non può partecipare ad una manifestazione in cui parleranno il presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro e quel l’estremista di Guglielmo Epifani. Non può andare neppure a celebrare la festa al sacrario di Montelungo, vicino Cassino, perché lì troverebbe un uomo come il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che è stato uno dei più autorevoli esponenti del comunismo italiano. Allora che fa? Si inventa il “suo 25 Aprileâ€. Andrà ad Onna, un piccolo paese vicino all’Aquila dove nel giugno del 1944 i nazisti trucidarono 17 civili. Poi continuerà il “tour†di propaganda nelle terre d’Abruzzo, dove giovedì trasporterà tutto il consiglio dei ministri nel capoluogo colpito dal sisma per annunciare i provvedimenti che saranno presi che si annunciano del tutto inadeguati, stando alle indiscrezioni di stampa. L’omaggio delle vittime è sempre un fatto positivo, ma bisognerebbe dire anche perché vi furono quelle vittime, chi ha combattuto contro i nazisti e i fascisti, riconoscere insomma la Resistenza e dire a chiare lettere, come chiede l’Anpi, che quel progetto di legge che equipara i partigiani ai fascisti repubblichini di Salò deve essere ritirato. A dar man forte alla linea “ non lascio il 25 aprile solo alla sinistra†ci pensa il ministro Ignazio La Russa, origine Msi, camicie nere, saluti fascisti. A lui tocca il lavoro sporco. I partigiani “rossi†– dice – non possono essere ricordati come dei liberatori perché volevano istaurare la dittatura comunista ed erano, di fatto, agli ordini di Stalin. Non merita risposta. Offende la memoria di coloro che con la loro lotta, con il sacrificio, danno anche a lui la possibilità di parlare. Offende milioni di italiani che nella Resistenza hanno un punto di riferimento incancellabile. Il silenzio di Berlusconi sugli sproloqui di questo suo ministro è più che eloquente. Conferma che con il 25 aprile il premier non ha niente a che vedere. Meglio così.
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