di Fulvio Lo Cicero
I dati economici dimostrano l'incalzare della recessione, con la Fiat declassata nel rating da Moody's e le Borse in territorio negativo. I leader dei Paesi europei sono ancora lontani da quella concretezza che i mercati vorrebbero.
ROMA – L'inflazione rallenta su base mensile dello 0,1%, raggiungendo la soglia dell'1,6%, rispetto al 2,2% di dicembre. Non è una novità : la crisi economica spinge all'ingiù la domanda aggregata e i prezzi calano. Quelli dei carburanti, ad esempio, sono diminuiti di oltre il 18% rispetto ad un anno fa (ma il calo del greggio è stato molto più consistente, quindi vi sono ampie sacche di extraprofitto da parte dei petrolieri e della catena distributiva). Intanto, come scrive oggi sagacemente Fabrizio Galimberti su "Il Sole 24 ore", il livello del reddito pro-capite degli italiani torna al 1999: "l'italiano medio fa un indesiderato bagno di gioventù" ritrovandosi "con il livello di reddito del 1999", che evidentemente "non sono quelli che si aspettava, quando, due lustri or sono, guardava al futuro". Intanto l'agenzia di rating Moody's ha ridotto pesantemente la valutazione dell'azienda torinese ed il suo titolo ha subito perso il 5,59% in Borsa. Quelle europee hanno chiuso in territorio negativo, soprattutto dopo le cattive notizie provenienti da Wall Sreet.
Dati ampiamente previsti, come quelli che emergono dalle dichiarazioni dei leader europei, dopo il vertice berlinese di ieri. Un vertice che ha sancito una sorta di nulla, a parte le foto di prammatica, evidenziato dalle stesse dichiarazioni dei leader dei principali Paesi che vi hanno partecipato. Dei titoli tossici in loro possesso le banche devono in qualche modo assumersi una piena responsabilità , dicono i leader, creando fondi di garanzia "ad hoc" non solo per tutelare i risparmiatori ma per salvare il sistema dal crac. Non solo: la cancelliera tedesca promette sanzioni per quei Paesi che non si adegueranno alle norme più stringenti che il "concerto" europeo giudica necessarie, per fermare l'onda di piena dei titoli spazzatura. Ma non era meglio pensarci prima?
E poi, quali saranno queste "nuove regole"? Il vertice, come tutti i vertici, ha solo dato vaghissime indicazioni, che potrebbe anche formulare un discreto studente di economia e mercati finanziari di una buona università del Vecchio continente. E allora sorge spontanea una domanda: ma a che servono realmente questi vertici e le fanfare di telecamere e fotografi che li accompagnano? Una risposta potrebbe trovarsi nella necessità - sentita dai mercati e dagli operatori - di credere che la politica europea in effetti si stia muovendo, mentre invece non sta facendo per ora nulla di unitariamente concreto se non la produzione di un'immagine da affidare ai media, che a loro volta svolgono una funzione determinante nel ristabilire la concordia economica. Ma sarebbe anche positivo dire a chiare lettere che, per ora, si sta prima di tutto cercando di immettere nel mercato il principale dei titoli non tossici, e cioè la fiducia nei propri simili e poi, magari, pensare a norme concrete, da affidare a tecnici con la giusta consapevolezza dei pericoli insiti nel sistema capitalistico.
Ancora la Merkel è parsa la leader più propensa a ragionare sui massimi sistemi, un po' come il nostro Tremonti. "Carta globale per un'attività economica sostenibile" ha denominato la piattaforma comune europea da presentare al vertice del G20 londinese del 2 aprile. Traduzione più o meno letterale: banche fate il vostro dovere, che è anche quello di tutelare chi mette i soldi nel vostro circuito. Si tratterebbe di una "nuova architettura finanziaria" i cui contorni però sono del tutto nebulosi e incerti. Poi, con un po' di sforzo, si individua qualcosa di più preciso. Le agenzie di rating devono subire maggiori controlli e bisogna stare attenti ai conflitti di interessi che troppo spesso le caratterizza. In secondo luogo, è necessario creare una sorta di supercontrollore internazionale dei mercati, che potrebbe essere il Fmi (che va però rifinanziato, perché non ha un dollaro in cassa), per far sì che "le distorsioni alla concorrenza siano ridotte al minimo", asserzione davvero curiosa, visto che sarebbe molto meglio che le distorsioni proprio non ci fossero. Infine, la scoperta dei paradisi fiscali. E qui davvero ci sarebbe da sbizzarrirsi sull'acume dei leader europei, che scoprono adesso che i ricchi e moltissime società europee stabiliscono la loro residenza fiscale a Vaduz, a Montecarlo o in Lussemburgo, nascondendo (ma sarebbe meglio dire frodando) i loro redditi ai sistemi nazionali cui dovrebbero appartenere. E' compito dei Governi nazionali stanare questi soggetti, perché la normativa europea è già molto rigida sull'elusione fiscale, magari fare come il generale De Gaulle che, negli anni Sessanta, mise sotto controllo la strada che dalla Francia introduceva nel principato di Monaco, per scoraggiare anche visivamente i possibili suoi concittadini "emigranti" di lusso nella terra del principe Ranieri.
Forse i leader europei non sono ben consapevoli di quanto sostiene oggi Jean-Paul Fitoussi in un articolo su "Repubblica", che cioè "alla radice del deficit etico del capitalismo contemporaneo c'è l'inversione della gerarchia tra politica ed economia, o spesso la pura e semplice subordinazione della prima alla seconda". In altri termini, i mercati hanno dominato l'ambito politico, imponendo regole per creare non solo profitti (il che è comprensibile nel modello capitalistico) ma soprattutto extra-profitti, cioè rendite non giustificate da una contemporanea creazione di ricchezza. E la politica ha acconsentito, intepretando il deleterio ruolo di vassallo dei mercati speculativi.
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