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di T. Vacc.
ROMA - Bavagli, leggi-vergogna, provvedimenti ad personam ed anticostituzionali. Non si fa a tempo a nominarli, a tirare un piccolo sospiro di sollievo laddove per una qualche ragione questi vengono accantonati, che prontamente, come i funghi nel periodo delle piogge, eccone rispuntare degli altri.
Rimandata a settembre la «legge bavaglio» sulle intercettazioni, probabilmente destinata ormai all'archiviazione, il Pdl fresco di divorzio, rispolvera ora il ddl sul cosiddetto “processo breve”. Un provvedimento, tra i più vergognosi della storia democratica – come fu sottolineato a suo tempo da più parti -, approvato al Senato lo scorso 20 gennaio e fermo da cinque mesi nei cassetti della commissione Giustizia della Camera.
L'illuminazione arriva proprio nel bel mezzo della burrasca tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini.
L'illuminato è il capogruppo Pdl in commissione Giustizia, tale Enrico Costa, che chiede la calendarizzazione del disegno di legge per i primi giorni di settembre. Una scatto in avanti a sorpresa, dietro cui si cela il probabile pronunciamento negativo della Corte Costituzionale sul 'legittimo impedimento' (l'altra legge salva-Berlusconi).
«È l'ennesimo paracadute che tira fuori Berlusconi sempre con lo stesso obiettivo: evitare di affrontare i suoi processi», sostiene l'Italia dei Valori. Il Partito democratico parla di «schiaffo agli italiani», mentre l'Udc di «amnistia mascherata in favore dei processi di Berlusconi e della 'cricca'». «Il disegno di legge cancellerà ogni speranza di giustizia, trasformando il processo penale in una tragica farsa», sostenne a suo tempo il Comitato Intermagistrature. Durissimo anche il giudizio dell'Associazione Nazionale Magistrati (Anm), che bollò il provvedimento come «la resa dello Stato di fronte alla Criminalità», evidenziando le conseguenze «gravemente dannose ed estremamente negative del provvedimento».
Tutte balle, o per usare il linguaggio vellutato del ministro della Giustizia (si fa per dire) Angelino Alfano, «Plateali mistificazioni». Lui, che di 'mistificazioni' se ne intende, arrivò persino ad affermare che più di un “processo breve” la legge introdurrebbe un “processo a data certa”.
Quel provvedimento, è bene ricordarlo, così come licenziato dal Senato, stabilisce che i processi potranno estinguersi dopo un periodo che sarà di tre anni in primo grado, due in appello e un anno e sei mesi in Cassazione. Ovvero, impunità garantita. Con buona pace di Angelino.
E se la palla, dunque, passa ora alla Camera, sarà lì che la nuova formazione – per il momento solo parlamentare – dei finiani, dovrà affrontare il suo primo banco di prova.
Il tema è quello della legalità. Quel valore 'irrinunciabile' che, ci pare di aver inteso, avrebbe portato alla rottura (pur se con un quindicennio di ritardo) tra il presidente della Camera e il premier. A settembre – speriamo - ne avremo una prova. O forse no.
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