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Home Cultura Spettacolo Musica Jarrett chiude il Ravenna Festival. “Dalle tenebre...” un colpo di flash rompe l’incantesimo

Jarrett chiude il Ravenna Festival. “Dalle tenebre...” un colpo di flash rompe l’incantesimo

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di Alessandro Bongarzone

RAVENNA - Scrivere d’un concerto di Keith Jarrett, sia da solo sia - come martedì 13 luglio, in chiusura del “Ravenna Festival 2010” - in versione “Standard Trio” con il contrabbassista Gary Peacock e il batterista Jack DeJohnette, è sempre un evento nuovo.

Quando Jarrett sale sul palco nulla è scontato e, ogni volta, è un evento diverso. Non solo perchè il suo talento, come quello dei musicisti che da oltre 25 anni condividono l’avventura del “Trio”, è in grado d’infondere, ogni volta, nuova vita anche al più conosciuto degli “standard” in un crescendo d’improvvisazione assoluta; non solo perché per il “mortale” cronista diventa difficile addirittura reperire la “scaletta” che quei tre, musicalmente parlando, spiriti liberi hanno solo nella loro testa. Ma anche, e soprattutto, perché Jarrett è uno che non si sa mai come prendere! Non si sa mai come potrà reagire ad un applauso fuori luogo, ad un colpo di tosse. Ad un flash.

I tre mostri sacri del jazz internazionale tornavano a Ravenna, a quattordici anni esatti dall’applauditissimo concerto alla Loggetta Lombardesca, per chiudere un “Festival” che, quest’anno, ha avuto come tema “le tenebre e la luce” declinate sotto diverse accezioni: dal buio della notte al buio come cecità fisica e metaforica di “buio della ragione”, ma tenendo sullo sfondo la speranza del detto, popolare in terra di Romagna, per cui “S’l’è nöt u s’farà dè” (“se è notte si farà giorno”) o, per dirla con Eduardo di Napoli Milionaria: “Ha da passà a nuttata”.

Al “buio”, dunque, il Trio - nella sua formazione classica: DeJohnette avanti, Peacock al centro, Jarrett a chiudere la fila - alle 9 e 10 in punto, ha conquistato la scena davanti ad un pubblico, perlopiù composto da giovanissimi che nel ’96 non c’erano, che applaudiva quasi con timore.

Jarrett appare divertito e sereno, tanto che più d’uno tra gli habituè si è stupito che iniziasse a suonare nonostante gli applausi si prolungassero ben oltre il suo sedersi al piano. Conquistato il silenzio e voltate le spalle al pubblico, Jarrett si raccoglie sul piano e inizia.

Della musica c’è poco da dire. Chi lo conosce sa che quando questo omino, poco più alto di 1 metro e sessanta, che si alza, si inginocchia, si mette di sbieco, ondeggia, alza i gomiti, li abbassa, butta dietro la testa, si scuote, guarda Gary e Jack, smette appena, riparte, urla sottovoce quando, insomma, suona il suo pianoforte diventa un gigante e la musica che sembra si generi da sola, va esattamente dove deve andare e ti aspetti che vada, esattamente lì dove pochi altri riescono a mandarla: vicino al cuore, ad illuminare l’anima con una naturalezza, una velocità ed una lancinante poesia da lasciare l’ascoltatore “disarmato”.

La sua musica, insomma, illumina il buio del Pala De Andrè (l’avvocato Mauro, collaboratore del Gruppo Ferruzzi, nonché fratello di Fabrizio) e si pone come il giusto coronamento del tema scelto dal Ravenna Festival. Come sempre, però, l’imprevisto con Jarrett è dietro l’angolo. E dire che il segnale del cambiamento d’umore del musicista statunitense era arrivato.

Puntuale come un orologio, infatti, contrariamente al solito, lo speaker, all’inizio del secondo tempo, ha ripetuto - in italiano, prima e in inglese, poi - come fosse assolutamente vietato fare foto pena la cancellazione dei “bis” e dei saluti finali.

Ma tant’è, i tanti giovani presenti non vi hanno dato peso e, così, al termine del secondo tempo, in cui l’intensità delle esecuzioni è - se possibile - cresciuta, il primo dei “bis” ha tardato ad arrivare. Quando, poi, tutto il pubblico in piedi ha iniziato a rumoreggiare ed è partito il “flash” d’una foto, Jarrett non ci ha visto più. Ha conquistato il microfono da cui, se avesse funzionato, avrebbe avuto modo di spiegare, come sempre fa in questi casi “No photo, i said. The music is a flux, you don’t understand”.

Purtroppo, ci si è messo anche il microfono che non funzionava e così, quando è partito l’ennesimo flash, con un gesto di stizza - come a dire “vedete che non capite” - ha lasciato il palco e, seguito dai suoi partner, è sparito nei camerini.

A nulla servono gli applausi, il fare rumore, la magia è finita. Un “lampo” nel buio, ironia della sorte, fa accendere le luci della sala e interrompe un incantesimo. Ci sarà una prossima volta che, speriamo solo, non sia fra altri 14 anni.


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