di Paolo Brama
Un grande filosofo, Roland Barthes, sosteneva che se esiste un’epoca per cui è possibile, con assoluta certezza, segnarne la data e l’ora d’inizio, quella è l’età moderna. La data è il sette giugno del 1831, primo pomeriggio; nello studio di Jacques Daguerre – quello dei dagherrotipi – e Nicéphore Niepce, su una lastra d’argento trattata con iodio comparve l’immagine della casa dirimpetto. Si trattava della prima eliografia, che prendeva forma senza la mediazione dell’immagine formatasi nel cervello di un pittore.
Nasceva in quel momento la fotografia, e con essa un’epoca dominata dal positivismo, dal pensiero scientifico, dove si cominciò a considerare solo ciò che era impresso in bianco e nero su una lastra. Era l’inizio di un’epoca dominata dallo sguardo, in cui la vista sarebbe divenuta regina tra i cinque sensi e in cui poteva ritenersi reale soltanto ciò che era visibile. La realtà, tutta, sarebbe stata racchiusa nell’immagine, senza lasciar fuori nulla: la scienza, le arti, la storia finalmente vista e non più solo raccontata, le meraviglie naturali e, ovviamente, gli orrori. Auschwitz, i gulag, il Vietnam, i grandi genocidi; nulla sarebbe sfuggito allo sguardo dei posteri.
Per tutti coloro che non si sono ancora assuefatti al bombardamento accecante delle immagini ed hanno provato orrore e sconcerto nel vedere, di recente, le foto raccapriccianti di un ennesimo orrore, quello dei prigionieri di Guantanamo e Abu Ghraib, ecco un libro, da oggi in uscita per i tipi di Socrates editore, da leggere tutto d’un fiato.
Da leggere perché è un bel libro, prima di tutto, e perché documenta in maniera certosina come i recenti orrori messi in atto dalla CIA attraverso l’esercizio della tortura non siano affatto frutto di singoli comportamenti devianti, ma il risultato di strategie studiate a tavolino e sperimentate nel corso di interi decenni.
Non orrore casuale, quindi, ma orrore sistematico; esercizio del male programmato e organizzato, teso al raggiungimento di risultati tangibili ad opera del grande paese sedicente esportatore di democrazia.
L’autore, Alfred W. McCoy, professore di Storia all’Università del Wisconsin, tra i massimi esperti della storia segreta della CIA e già autore de “La politica dell’eroina” – sul consumo di droga dei militari americani in Vietnam – (Rizzoli, 1973; tradotto in oltre 35 edizioni) in questo nuovo libro punta la torcia sui labirinti segreti della cosiddetta “scienza crudele”, termina da lui coniato durante una conferenza svoltasi alcuni anni or sono nell’ex isola prigione di Nelson Mandela.
McCoy mostra come la CIA, a partire dal 1945, abbia messo in atto dei sistemi di controllo sulla mente, elaborati nelle università e nei laboratori, usando come cavie del tutto inconsapevoli detenuti, militari e guerriglieri.
A questi si sono aggiunti, assolutamente consapevoli, ricercatori e docenti universitari, principalmente canadesi e statunitensi, che profusero studi e ricerche in tema di deprivazione sensoriale, dolore inflitto e controllo sui detenuti.
Un libro prezioso, questo di McCoy; un resoconto “indispensabile e inchiodante”, come lo ha definito Naomi Klein sulle pagine di “The Nation”, da non lasciarsi scappare.
Per riflettere sui concetti di “democrazia” e “diritti umani espressi”, purtroppo non a parole, dalla più grande potenza mondiale.
Titolo – “Una questione di tortura”
Autore – Alfred W. McCoy
Edizioni Socrates, settembre 2008
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